
Say it Loud- I’m Black and Proud James Brown
6 Luglio 2026Dal Comò
Mi sono divertito, e lo dico perché il divertimento, quando si scrive, è quasi sempre il segno che si è usciti dal sentiero. Questa volta il sentiero era quello, battutissimo, della storia dell’arte: le attribuzioni, le fonti, la committenza dei Nove, tutto ciò che sugli affreschi del Palazzo Pubblico è stato scritto e riscritto. Ho voluto provare un’altra strada, che poi è quella di chi sotto quelle pareti ha passato anni a deliberare: mettere tra parentesi ciò che sappiamo di loro e domandarsi che cosa pensano. Non che cosa raccontano del Trecento: che cosa pensano, oggi, davanti a noi. Ne è venuto fuori un esercizio anomalo per questo spazio — niente nomi, niente cronaca, niente polemica — eppure chi mi legge da tempo vi riconoscerà il metro che uso ogni settimana per le cose di Siena e dell’Amiata. Solo che qui il metro l’ho smontato, per mostrare di che cosa è fatto.
L’essere della città
C’è, dentro la Sala dei Nove, un’idea che si lascia dire in una riga e che pure contiene tutto: alcune cose esistono soltanto finché qualcuno le tiene.
Detta così sembra poca cosa, e invece è una partizione del mondo. Perché noi siamo abituati a pensare l’esistenza sul modello di ciò che sta — la pietra, la casa, il monte, che durano per conto loro e che per finire hanno bisogno di essere distrutti — mentre esiste un’altra famiglia di realtà, non meno concrete, che vive secondo una legge opposta: la promessa, la fiducia, la lingua, l’amicizia. Queste non stanno da nessuna parte; esistono nell’atto stesso che le pratica, e per finire non hanno bisogno di nessuno: basta che si smetta. La pietra si spezza, la promessa si dimentica. Ora, ciò che l’affresco sostiene — e che ne fa, a mio giudizio, un testo di filosofia prima che un’opera di pittura — è che la città appartiene a questa seconda famiglia. Tutto il resto discende da qui, e vale la pena seguirlo fino in fondo.
Si guardi il trono. Il Comune che vi siede non possiede nulla di suo: è fatto, letteralmente, della corda che i cittadini reggono e della giustizia che gli sta sopra — sopra, si badi, non sotto. Il potere legittimo è dunque quello che sa di avere ricevuto ciò che ha; e ciò che è ricevuto è, per sua natura, cosa prestata, che può sempre tornare indietro. Un potere che vive come il respiro, da riprendere a ogni istante. Il tiranno ne è il rovescio esatto: colui che si crede origine di se stesso, proprietario e non consegnatario. Per questo Lorenzetti lo dipinge mostro, e non è un insulto ma una constatazione: mostruoso è ciò che vive contro la propria natura, il finito che si comporta da infinito, il prestito che si spaccia per patrimonio. È una figura che conosciamo bene, e che attraversa i secoli cambiando i vestiti senza cambiare la sostanza.
Da qui muta anche il volto del bene comune, che non è — come pure continuiamo a dire — un tesoro da amministrare, un giacimento da spartire o da difendere. È la corda stessa, che esiste soltanto passando di mano in mano: ciascuno la tiene, nessuno la possiede, e chi la stringesse per sé la ucciderebbe nel momento stesso di afferrarla. Ecco perché chi tratta il bene comune da patrimonio lo distrugge anche in perfetta buona fede: conserva ciò che vive soltanto di essere speso, immobilizza ciò che è transito. Ma l’affresco spinge il ragionamento fino a un punto che trovo, ogni volta che ci torno, più inquietante: la città non muore per mano dei nemici. Muore quando le mani si aprono. E nessuna di quelle mani compie un gesto ostile; ognuna ha la propria ragione — la stanchezza, gli affari, la sfiducia negli altri — e ognuna di queste ragioni, presa da sola, è scusabile. È la loro somma a essere letale. Il tiranno della parete opposta è già l’effetto; la causa non si vede, ed è la lenta apertura delle mani. Chi ha frequentato le assemblee che si svuotano, i consigli che parlano a sedie vuote, le comunità che invecchiano senza ricambio, sa di che cosa parlo senza bisogno di altre parole.
C’è poi un paradosso, che considero il cuore diagnostico dell’intera opera: il buon governo non si vede mai. Nella parete dei suoi effetti il governo non compare; compaiono il lavoro, la danza, il commercio, la lezione del maestro — il mondo che esso rende possibile. È la struttura della luce, che non si vede ma fa vedere; della salute, di cui si parla soltanto quando manca. E in questo ritiro sta la sua condanna, perché i frutti vengono attribuiti a chi li coglie — al mercante la prosperità, al contadino il raccolto — mai alla condizione che li ha resi possibili. Più il buon governo funziona, meno si vede; meno si vede, meno viene difeso; e quando finalmente diventa visibile, è perché sta venendo meno. Se ne ricava un criterio che vale per ogni epoca, e che non ha bisogno di nomi: il potere costretto a mettersi in mostra per esistere è già malato — ha smesso di reggere il mondo e ha cominciato a produrre la propria immagine. La comunicazione al posto del governo: una storia che conosciamo.
E se il governo non si vede, di esso si parla; e il come se ne parla decide tutto. Nella parete buona le parole aderiscono alle cose: giustizia significa giustizia, pace significa pace. Nella parete cattiva il potere abita esattamente lo spazio che si è aperto tra ciò che si dice e ciò che è: vive di quello scarto, ci ha messo casa. Per questo sono convinto — e lo ripeto da anni, in altri contesti — che la corruzione non cominci nei conti: comincia nel lessico. Le parole non muoiono assassinate; muoiono d’usura, per piccoli slittamenti che nessuno può denunciare perché nessuno, da solo, è denunciabile — si chiama prudenza la paura, concordia il silenzio, rilancio il ridimensionamento, sicurezza la rinuncia. Una parola viva pesa, impegna chi la pronuncia; una parola morta è leggera come una moneta falsa, e come la moneta falsa scaccia quella buona, perché rende antieconomica la verità. Ne esce la figura che considero centrale, e chi mi segue sa quanto mi appartenga: la forma che sopravvive alla sostanza. La tirannide moderna non ha le corna, che almeno si riconoscerebbero; è il nome che continua a funzionare dopo che la cosa è morta — l’istituzione che si chiama ancora come ciò che non è più e che, proprio grazie a quel nome, consuma indisturbata il credito accumulato da ciò che era. Il nome resta, la sostanza migra. Non serve che dica dove l’abbiamo già visto.
La città, del resto, si riconosce dall’aria prima che dalle leggi: sicurezza o paura. E l’aria di una città non è la somma di ciò che sente ciascuno; sta tra le persone, nelle aspettative reciproche — non parlo perché presumo che tu non parleresti, non mi espongo perché immagino che nessuno mi seguirebbe. È per questo che la paura può sopravvivere a chi l’ha creata: caduto il tiranno, ciascuno continua a temere il timore degli altri, e la paura si regge ormai da sola. Ed è per questo che la fiducia si costruisce in decenni e si perde in un giorno: basta un solo tradimento visibile ad autorizzare tutti a presumere il peggio. Le leggi si cambiano con una delibera; l’aria si risana in generazioni. È la contabilità che nessun bilancio registra, e che ogni amministratore onesto porta addosso.
Tutto converge, alla fine, sul tempo. Il buon governo produce futuro: seminare, costruire, insegnare hanno senso soltanto se domani ci sarà, e se somiglierà abbastanza a oggi da valerne la pena. La tirannide produce l’istante: chi ha tagliato la corda che lo reggeva deve riconquistare il presente momento per momento, e non gli resta nulla per il domani. La sua fretta non è un difetto di carattere: è la struttura stessa del suo dominio, e si trasmette come un contagio — dove chi governa vive alla giornata, tutti imparano a vivere alla giornata. Il test, allora, è uno solo, semplice e spietato, e lo consegno al lettore perché se lo porti dietro: qui si può ancora seminare? Dove la risposta è no, il governo è già male — qualunque nome porti, qualunque procedura rispetti.
Resta il vertice, che è teologico e insieme laico, e che forse soltanto a Siena poteva essere dipinto. In alto vola la Sapienza e detta il comando: diligite iustitiam qui iudicatis terram — amate la giustizia, voi che governate la terra. Ma si osservi la grammatica: amate voi, governate voi. Il cielo parla all’imperativo, e parlando consegna il compito agli uomini. Dio, nell’affresco, non è un sovrano: è una misura. Non governa la città: la giudica. Ed è, credo, la soluzione più matura che sia mai stata data al problema. La teocrazia mette il cielo sul trono; ma il cielo non parla, e a parlare in suo nome sarà sempre un uomo — un potere sottratto a ogni verifica perché ammantato d’assoluto. Il laicismo toglie la misura insieme al sovrano; e lascia la città giudice di se stessa, cioè sempre assolta — come il tiranno, che di sé è sempre soddisfatto. L’affresco tiene la via di mezzo, che è la più scomoda perché non offre riposo: la misura scende dall’alto, il potere sale dal basso, e le due direzioni si incrociano nel trono senza coincidere mai.
E che questa non sia una forzatura di chi guarda, lo dimostra Siena stessa, che una generazione dopo mise in parole ciò che Lorenzetti aveva messo in figure. Caterina nasce nel 1347, meno di dieci anni dopo che il pittore ha posato i pennelli: cresce in una città che porta già sulle pareti del suo palazzo la tesi che lei condurrà fino in fondo. Il cuore delle sue lettere ai potenti — signori, magistrati, re, fino al papa — è esattamente questo: la signoria è cosa prestata, non cosa propria. Chi la tratta da proprietà ha già commesso il furto originario, quello che precede e genera tutti gli altri. Ma Caterina, domenicana, figlia dell’ordine che aveva portato nelle città toscane la dottrina del bene comune (Aristotele), fa un passo che nessun trattato aveva osato, e che risolve la domanda più difficile: se il dono viene da Dio, il ritorno non rischia di scavalcare la città, di andare tutto verso l’alto? La sua risposta è di un’audacia che ancora sorprende: a Dio non manca nulla. L’amore ricevuto dall’alto non può essere restituito all’alto, perché il creditore è troppo ricco per essere ripagato. E allora Dio stesso devia il rimborso: ciò che non potete rendere a me, rendetelo al prossimo. Il ritorno non è a Dio — è al prossimo, alla città. Il debito verticale si paga in orizzontale. Ecco perché il bene comune non è in concorrenza con il cielo: è l’indirizzo terreno a cui il cielo ha domiciliato i propri crediti. Chi lo serve onora il prestito; chi lo tradisce non froda anzitutto i concittadini — froda la fonte, attraverso di loro. Vivere sotto una misura senza vivere sotto un padrone: è la condizione adulta, quella che nega insieme le due consolazioni — l’obbedienza, che scarica la responsabilità verso l’alto, e l’autosufficienza, che la cancella. Caterina la disse con la libertà sconcertante di una popolana che scriveva ai re senza mai essere teocratica: non chiedeva ai governanti di obbedire alla Chiesa — chiedeva loro di onorare il prestito. E il prestito si onora in un modo solo: governando bene.
Un’ultima considerazione, sulla forma, perché qui anche la forma è pensiero. Tutto questo è detto in figure, non in proposizioni, e non si tratta di un ripiego: si tratta di coerenza. Un trattato lo legge chi sa leggerlo, e così seleziona il proprio pubblico; una parete nel palazzo pubblico parla a tutti, e tiene sotto gli occhi di tutti l’idea che la città vive precisamente di questo — del restare sotto gli occhi di tutti. C’è anzi un’ultima finezza, che lascio in chiusura come si lascia aperta una porta: l’affresco stesso esiste soltanto finché viene tenuto — mantenuto, restaurato, guardato. Ogni generazione che lo conserva compie, senza saperlo, l’atto che esso descrive. La pittura, qui, non illustra la filosofia: la compie.
E la corda, intanto, è ancora lì. La domanda è di chi sono le mani.





