
Il volto che guarda per primo
13 Agosto 2026Il comò
Pierluigi Piccini
C’è un segno che non mi capitava da tempo, e me ne sono accorto tardi, come ci si accorge di una febbre solo quando è già alta. È l’ora in cui di solito rallento, e invece stavo ancora lì, con davanti un volto dipinto e sotto, riaffiorata da chissà quale strato, una parola che non pronunciavo da decenni. Non l’ho cercata. È tornata lei, come tornano le cose vere: senza chiedere permesso.
Dovrei essere passato oltre. Un drappellone che divide la città è cronaca d’agosto, si commenta e si archivia. E invece quel volto della Vergine, con le mani che qualcuno chiama marziali e lo sguardo che non viene incontro a nessuno, mi ha rimesso in mano un pensiero di quando ero un altro. Ho perfino ritrovato la tesi — il dono, l’icona che ci guarda per prima, l’assoluto che si china e proprio per questo non si lascia afferrare. La credevo depositata da qualche parte, chiusa in un cassetto insieme alle cose che uno si porta dietro senza più aprirle. E un dipinto l’ha riaperta.
Mi domando perché mi prenda così. Alla mia età uno dovrebbe aver imparato a dosare, a guardare le cose da una certa distanza, a non lasciarsi accendere da una disputa su un’immagine. E invece è esattamente il contrario: mi accende di più adesso di quanto mi accendesse allora. Credo di sapere il perché, e non è nostalgia. È che allora quel pensiero era una tesi da difendere, ora è una cosa che ho verificato. So che è vero che certi volti ci guardano prima che noi li guardiamo, perché mi è successo, in chiese vuote, davanti a immagini che non chiedevano nulla e proprio per questo mi hanno tenuto lì. Il giovane che scriveva sul dono lo argomentava. Il vecchio che lo rilegge lo riconosce.
E poi c’è una cosa che non dico volentieri ma la dico qui, perché il comò è fatto per questo. Mi eccita che a settant’anni suonati un argomento possa ancora prendermi per il collo. Ho temuto, come tutti, che a un certo punto le cose smettano di bruciare, che resti solo l’abitudine di averne parlato. E invece no: basta un volto messo al posto giusto, una città che si accende, una parola antica che riemerge, e sono di nuovo febbrile come uno studente. Non è la giovinezza che torna — quella non torna. È che il pensiero, quando è stato vero una volta, non si spegne: aspetta. Sta nel cassetto e aspetta che qualcuno lo riapra. Teodora Axente, senza saperlo, mi ha riaperto un cassetto.
Forse è questa la sola prova che uno è ancora vivo per davvero, e non solo di anagrafe: che qualcosa lo ecciti fino a togliergli il sonno, e che quel qualcosa non sia il rumore del presente ma una cosa profonda, tenuta da parte, che di colpo torna a chiamare. Domani rimetto la tesi dove stava. Ma il cassetto, adesso, lo so che non è vuoto.





