
Durare non è governare
4 Settembre 2026
Cassandra Wilson – Don’t Explain
4 Settembre 2026La morte di Fabio Mussi mi ha riportato a un vecchio conto mai chiuso: la mia espulsione dai DS, nel 2004. Non la racconto per rancore — è passato troppo tempo, e il tempo smussa tutto — ma perché a distanza di anni certe cose si vedono meglio. La racconto partendo da una sera di Parigi, che è il posto da cui, alla fine, si capisce tutto il resto.
di pierluigi piccini
Ci sono sere che non decidi tu di ricordare. Torna la memoria, e sceglie lei. Stavolta l’ha svegliata la morte di Fabio Mussi, pochi giorni fa, e mi ha riportato a Parigi, a una cena di tanti anni prima. Stavo là da poco, lavoravo alla Monte dei Paschi Banque, e Gérard Fromanger mi aveva invitato da Bofinger, la vecchia brasserie dietro la Bastiglia. Fromanger a Siena ci aveva messo radici, era la sua seconda casa, e il Palio l’aveva dipinto: il drappellone dell’agosto 1989, quello dei duecento anni della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Due tavoli più in là c’era Eduardo Arroyo, che il drappellone l’aveva dipinto pure lui, nell’agosto del 1991, e che a Siena avevo voluto io. Mi vide, si alzò, venne a salutarmi. Doveva essersi fatto l’idea che nel partito fossi salito chissà dove, e si complimentò. Gli dissi che i DS mi avevano espulso. Non fece una piega: ordinò da bere, e la sera finì insieme a noi.
È una scena a cui torno spesso. Due uomini che avevano dipinto la cosa più sacra che Siena possiede, seduti a Parigi con uno che da Siena era stato cacciato, e mi trattavano da amico. Perché a cacciarmi non era stata Siena. Erano stati i DS, che di Siena si sentivano padroni, al punto di scambiarla per sé stessi. Quella sera la città era al mio tavolo, nei suoi due pittori; il partito stava da un’altra parte, con la mia tessera in tasca. Non sono la stessa cosa. Mi c’è voluto tempo per dirlo con la voce ferma.
Cacciari, in quegli anni, l’ho invidiato un poco. Filosofo e sindaco come me, stessa annata. Nel 2005, a Venezia, fa quello che a me era costato l’espulsione l’anno prima: il centrosinistra sceglie Felice Casson, lui gli si mette contro, rompe la coalizione, si fa sostenere da altri, e al ballottaggio tra due dello stesso campo vince. Non gli tolgono niente. Torna sindaco. Non era questione di testa, che l’avevamo simile, né di idee. Era questione di città. Venezia non aveva un Monte dei Paschi. Siena sì, e su quella banca il sindaco stava seduto.
A guardarla da vicino, la mia colpa fa quasi tenerezza. Nel 2004 non ero sindaco da tre anni — lo ero diventato nel novembre del 1990, avevo lasciato Palazzo Pubblico nel 2001 — e vivevo a Parigi. Espulsero un ex sindaco, all’estero, che non aveva votato né deciso nulla. Non avendo un atto da rinfacciarmi, mi rinfacciarono un pensiero: il «non poteva non sapere». E il candidato che avrei appoggiato era di un altro partito, ma alleato dei DS, mica avversario. Il guaio è che per cacciarmi lo statuto non bastava: un caso come il mio non lo prevedeva. Così andarono a pescare una norma del codice penale, quella sui pubblici ufficiali. Presero in prestito il codice dello Stato per giudicare un iscritto. Io che per dieci anni avevo dato addosso al partito che si comportava da Stato, alla fine fui cacciato esattamente così, dal partito travestito da Stato. Alla Fondazione, del resto, la strada me l’avevano già chiusa, con l’atto di indirizzo di Visco e con Mussari. L’espulsione fu l’ultima riga di una storia scritta prima.
Restano due nomi, e in questi giorni pesano di più, perché non ci sono più né l’uno né l’altro: Luigi Berlinguer nel 2023, Fabio Mussi pochi giorni fa. Nella commissione che deliberò non sedevano, e non lo scrivo per assolverli: a loro non serviva sedercisi. Le firme le mette sempre qualcun altro; il peso lo mette chi, da lontano, fa capire cosa conviene. Quel peso ce l’avevano, ed è bastato. Uno il giurista e rettore, l’altro l’uomo del correntone: sulla carta due mondi, in pratica lo stesso salotto — l’università, i professori, i colleghi che si riconoscono a naso. Io, filosofia o no, per quel salotto sono sempre stato uno che amministra. Non servì una congiura. Bastò non risultare «simpatico» al momento giusto. O, forse, non risultare «libero».
A Mussi una cosa la riconosco: nel 2007 se ne andò dai DS pur di non entrare nel Pd, e nessuno lo espulse, uscì da sé. Eresia pure quella, ma lui poteva permettersela: non era seduto su nessuna banca. Io, che eresie non ne avevo fatte, fui accompagnato alla porta con un articolo di codice. Chi diceva di parlare per Siena mi lesse una norma; due pittori che Siena l’avevano dipinta, una sera a Parigi, mi versarono da bere e restarono al tavolo. Continua a sembrarmi il riassunto più esatto: mi riconobbe chi non mi doveva niente, mi giudicò chi non mi aveva mai voluto.
E poi, una sera di qualche anno dopo, sempre a Parigi, Pier Luigi Bersani mi chiese scusa.





