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Oggi questo governo diventa il più longevo della storia della Repubblica, e lo presenta come un trionfo. È una confessione travestita da vanto. Un record di durata non è un record di governo. Durare è il verbo di chi non ha più nulla da fare se non restare.
Meloni festeggia a Bari, da sola. Gli alleati non vengono alla festa del record: la Lega guarda altrove, Forza Italia pure. La coalizione celebra la propria longevità nel momento esatto in cui mostra di non tenere più insieme se non per inerzia. E la crepa smentisce la festa: mentre si celebra il primato della durata, si ragiona già di elezioni a maggio, di un election day con le amministrative, di contatti col Pd sul quando votare. Il governo più longevo cerca l’uscita e ne tratta l’orario con l’avversario. Persino fermarsi è diventato una mossa del meccanismo.
Perché è sempre al meccanismo che si torna. Le mini preferenze, la data del voto, la legge con cui ci si fa eleggere. Ecco cosa li divide e cosa li riunisce: non il che cosa fare, ma il come restare in partita. E quando una domanda di sostanza bussa davvero, la risposta è che non è il momento. Il fine vita: c’è una questione che tocca il confine ultimo di ogni esistenza, il diritto di decidere della propria morte, e la premier alza il muro — nessuna legge prima del voto. Persino un pezzo della sua maggioranza va in pressing, Forza Italia non molla; ma il calendario vince sulla coscienza. La cosa più seria che un Parlamento potrebbe affrontare viene sospesa perché intralcia il voto. È tutto qui: la vita e la morte delle persone messe in attesa che tornino comode al dispositivo. Il contenuto cede sempre il passo al contenitore.
Restano le insegne di fine legislatura, fisco e sicurezza. Promettono tutto e non impegnano a nulla. La prima è restituire spiccioli e chiamarlo giustizia; la seconda è vendere paura e chiamarla ordine — e infatti il rilancio da Bari è «faremo di più sulla sicurezza»: alzare il volume su ciò che non risolve, mentre si tace su ciò che deciderebbe.
Qui il punto che conta più della cronaca. Un potere che festeggia la propria persistenza ha già ammesso che la persistenza è il suo unico programma. La durata, da mezzo, si è fatta fine. Non si resta per fare qualcosa: si fa il minimo per restare, e quando neppure quello conviene, si calcola l’uscita. È il vuoto dietro il meccanismo — un ingranaggio che gira a pieno regime proprio perché non deve portare da nessuna parte.
Ai margini di questo vuoto avanza chi promette di riempirlo con la forza. Il generale putiniano, i sospetti su una forma politica che riesuma parole d’ordine che la Repubblica aveva messo al bando; e intanto, nel suo partito, si indaga sui militari in servizio, la divisa usata come strumento di propaganda, i soldati che si fanno sindacalisti di sé stessi contro i «traditori». Letta a freddo, non è la singola minaccia la notizia: è che un sistema svuotato genera la nostalgia della divisa, l’ordine invocato come surrogato della sostanza mancante. E i salotti che dovrebbero opporglisi lo accolgono e lo «incalzano sull’Europa»: nell’incalzarlo lo promuovono. Il confronto è già una legittimazione.
Dall’altra parte non va meglio, e lì la misura dev’essere più severa, perché è il campo che conoscerebbe le proprie potenzialità se solo le usasse. Anche a sinistra la posta si è ridotta a una stanza: chi arriva a Palazzo Chigi. Comizi preparati come spettacoli, l’accusa dell’alleato-rivale — «ossessionata da Palazzo Chigi» — la corsa alla poltrona scambiata per progetto, mentre si va alle feste dell’Unità a coltivare il rito. Faide sulla destinazione, silenzio sulla direzione.
E proprio in questi giorni la sinistra seppellisce l’uomo che le aveva dato torto per tempo. Fabio Mussi, che della fragilità del Partito Democratico si era accorto prima di tutti, e che per questo, nel 2007, in quel partito non entrò. Lo ricorda l’amico di sessant’anni, D’Alema: su quella scommessa aveva ragione lui. Lo ricordano tutti come uno che non smetteva di studiare i compiti della sinistra, che alle discussioni infinite dava una sostanza. Ecco l’immagine di ciò che manca, tutta in un funerale: la fragilità che Mussi aveva previsto è oggi sotto gli occhi di tutti, e si manifesta esattamente come lui temeva — in una parte che studiava per chi voleva rappresentare e in una parte che oggi ne ricorda gli studiosi e ne pratica le liti. Si onora chi aveva ragione nel momento stesso in cui gli si dà torto con i fatti.
Il record, dunque, è vero. Manca solo la cosa di cui dovrebbe essere la prova: il governo. Durare non è governare. E quando il tempo diventa l’unico risultato, smette di essere un merito. Diventa l’ultima scusa — buona persino per decidere quando andarsene, e per rimandare intanto tutto ciò che conta.





