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C’è un punto in cui la disattenzione smette di essere un incidente e diventa una posizione. Gli atti che Enac Servizi ha depositato per la Conferenza dei Servizi sullo sviluppo dell’aeroporto di Ampugnano hanno raggiunto quel punto. E non lo dice più soltanto chi, come chi scrive, osserva la vicenda da fuori: a contestarli formalmente è ora Giuseppe Gugliotti, sindaco di Sovicille, cioè il primo cittadino del territorio che quell’infrastruttura è chiamato ad ospitare e — così almeno vuole la retorica del progetto — a servire.
Vale la pena elencare, perché l’elenco è la vera relazione tecnica di questa vicenda. Nelle carte, Ampugnano diventa a più riprese lo scalo “di Rieti” o “di Rimini”. In un passaggio ci si preoccupa di migliorare il sistema degli aeroporti campani. Ci sono tabelle in cui le somme non tornano, e altre che smentiscono il testo della relazione cui dovrebbero fare da appoggio. Manca, soprattutto, la cosa che dovrebbe venire prima di ogni altra: un master-plan che dica con chiarezza che cos’è Ampugnano oggi e che cosa si immagina che diventi.
Sarebbe comodo liquidare tutto come una questione di refusi. Ma un refuso è una svista in un contesto per il resto curato; qui la svista è il contesto. Riferirsi a Rieti, a Rimini, ad Ampugnano o a qualunque altra città, per chi redige questi progetti sugli scali minori, non fa differenza: nessun luogo è importante, nessun luogo è peculiare, nessun luogo ha diritto a una riflessione specifica sulla reale necessità di un’infrastruttura come questa, sulle sue caratteristiche, sulle sue prospettive. Nessun luogo merita un’analisi seria e serena sulla capacità effettiva di uno scalo di generare valore aggiunto non genericamente “per un territorio”, ma per quel sistema territoriale per cui dovrebbe essere pensato. È un unico, reiterato copia-incolla, utile ad attraversare nel modo più rapido e indolore possibile i passaggi burocratici fastidiosi — la Conferenza dei Servizi, appunto.
E qui il metodo si rivela per intero. La Conferenza è stata collocata in pieno agosto, incastonata senza preavviso fra le ferie del mese meno operativo dell’anno, con i suoi tempi ristretti e perentori su cui incombe la spada del silenzio-assenso. Non è una coincidenza del calendario: è la traduzione procedurale della stessa indifferenza che si legge nei documenti. Il demanio aeroportuale finisce così per assomigliare a una zona franca, un ambito su cui qualcuno si sente titolato a intervenire senza dover porre alcuna cura al contesto che da quell’infrastruttura dovrebbe essere beneficiato. E dire che sono proprio gli atti, nelle loro prime righe, a proclamare che “l’aeroporto è un sistema complesso il cui sviluppo deve essere gestito in maniera organica e armonica rispetto al territorio in cui si inserisce”. La distanza tra quella premessa e le pagine che seguono è tutta la questione.
Resta il paradosso che dovrebbe far riflettere più di ogni tabella sbagliata. I più indignati, davanti a carte così, dovrebbero essere i sostenitori più convinti dell’espansione. Sono loro che ci mettono la faccia, che nelle conferenze-stampa hanno raccontato più volte la strategicità di Ampugnano; e sono loro a ritrovarsi tra le mani un dossier che ancora non riesce a essere un progetto realistico, tecnicamente solido, economicamente sostenibile. Non chiedono in molti la luna: chiedono una visione definita, una prospettiva credibile e una quantificazione puntuale dei vantaggi per il territorio, per la Regione, per la comunità senese. Finché quelle pagine continueranno a confondere Siena con Rieti, la risposta più onesta che la Conferenza dei Servizi possa dare non è il silenzio-assenso. È il silenzio, e basta.





