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Radici
di Pierluigi Piccini
Francesco Guccini è morto ieri, a ottantasei anni, nella sua Pàvana. I giornali di oggi lo dicono in tutti i modi: voce libera, poetica, uno che ha unito le generazioni. È vero, e proprio per questo mi permetto di aprire il cassetto e tirare fuori la mia, di generazione, quella che con lui aveva un patto privato e non lo sapeva.
Nel 1972 usciva Radici. Io in quell’anno mi iscrivevo a Filosofia, all’università di Roma. Portavo già l’eskimo e la barba, come una divisa che diceva da che parte stavo prima ancora che aprissi bocca: sembravamo tutti uguali. In tasca la tessera del Pci, un peso di carta leggero che allora mi sembrava una certezza. Ascoltavo Guccini convinto di poter cambiare il mondo e, soprattutto, convinto di essere nel giusto. Dall’altra parte del cortile c’era Giurisprudenza, che era un’altra geografia morale prima ancora che politica. Di soldi, nulla. Ma mia madre e mio fratello capirono. Mio padre era già morto.
Ci ho ripensato in questi giorni, e mi sono accorto di una cosa. Ascoltavo Guccini proprio negli anni in cui ero più sicuro di avere ragione, e lui — tra tutti — era quello che non mi lasciava tranquillo. Cantava la certezza della Locomotiva, il ferroviere anarchico che lancia il treno contro le ingiustizie, e nello stesso gesto la incrinava, come chi sa che la corsa è bella ma il muro esiste. Questo è il punto che oggi tanti chiamano il suo perenne invito al dubbio. Non ti dava ragione. Ti teneva compagnia mentre la cercavi. Ed è per questo che è rimasto addosso.
Venivo da ragioneria. Non lo dico per pudore, lo dico perché cambia tutto. Alla Sapienza sono arrivato con la cassetta degli attrezzi di un altro mestiere: partita doppia, computisteria, la scuola del far quadrare i conti, del dare e avere, del bilancio che deve chiudere. E lì mi sono messo a fare filosofia in una lingua morta che gli altri masticavano dal ginnasio. L’esame sulla Metafisica di Aristotele, in greco, per me era una lingua sconosciuta. Presi la lode. Mentre andavo a prendere il 9, l’autobus per tornare a casa, volavo, non toccavo terra.
Ci ho messo anni a capire perché la memoria mi avesse tenuto l’autobus e non l’aula. Perché la felicità vera non è nel momento in cui il professore dice la parola. È dopo, quando sei solo su un mezzo pubblico qualsiasi, e il corpo ancora non ci crede. Aristotele, in quel libro, scrive che tutti gli uomini per natura desiderano sapere. Io quel desiderio lo avevo già, prima di poterlo leggere nella sua lingua. La lode è arrivata dopo, a certificare quello che l’autobus stava già dicendo: che ero nel posto giusto, per una volta senza doverne essere convinto per forza.
Ma la verità è che tutto era cominciato prima. All’esame di maturità, da ragioniere, avevo portato come facoltativo le Lettere dal carcere di Gramsci. Non un testo di tecnica bancaria: Gramsci, e per giunta le lettere, la parte più nuda, dove il pensiero politico è già dolore privato — i figli lontani, la salute che se ne va tra quelle mura. Nessuno arriva a Gramsci da solo, a diciott’anni, dentro un istituto tecnico. Ci arriva perché qualcuno gli apre una porta che il programma non prevede. Quel qualcuno aveva un nome: Giuseppe Costanzo, il mio professore di lettere. È il tipo di debito che ti porti per tutta la vita. Uno di quei maestri che non ti insegnano una materia, ma ti fanno vedere che esisti in un ordine più grande di quello in cui ti avevano collocato.
C’è una linea che tiene insieme tutto: Gramsci facoltativo a maturità, la tessera in tasca alla Sapienza, l’eskimo, la Metafisica strappata col greco, Guccini nelle orecchie. Non erano gesti separati. Era una persona che si stava costruendo un’appartenenza scegliendola, invece di ereditarla. Le radici, appunto — che non sono quelle che ti trovi già piantate, ma quelle che decidi di mettere.
In quegli anni ero dentro le cose, non a guardarle da fuori: la militanza era fatta di lavoro quotidiano, di banchetti e di riunioni, della convinzione che ci fosse sempre, l’indomani, dell’altro lavoro da fare. E intorno l’Italia era dura. Erano gli anni in cui si uccideva il commissario Calabresi, gli anni di Peteano e dell’autobomba spacciata per altro, l’onda del Sessantotto che si irrigidiva e il paese che si avviava, senza ancora saperlo, verso gli anni di piombo. Guccini quegli anni li attraversava con noi, cantandoli senza consolarci.
Ecco perché oggi, chiudendo questo cassetto, non riesco a dire soltanto addio a Guccini. Mi tocca ringraziarlo. Perché la colonna sonora di quegli anni l’ha scritta lui, e non era una colonna sonora consolatoria. Era una che ti camminava accanto ponendoti domande. Ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, cantava. La mia conclusione, per ora, è che le radici più profonde non sono quelle di nascita. Sono quelle che uno si sceglie da sé, in salita, venendo da ragioneria, con la lode in tasca e l’eskimo sulle spalle. E con una canzone giusta al momento giusto.
Grazie, Francesco.





