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Francesco Guccini – L’avvelenata
7 Agosto 2026Il comò
L’avvelenata
di Pierluigi Piccini
Prima ho scritto, in morte di Guccini, che la canzone della mia formazione era Radici. Ed era vero: il ragazzo con l’eskimo e la tessera in tasca, la Metafisica strappata col greco, l’appartenenza scelta e non ereditata. Ma c’è un séguito che quel pezzo non conteneva, e che voglio aggiungere adesso. Se oggi dovessi mettere sul piatto un pezzo suo, uno solo, non sceglierei più quello. Sceglierei L’avvelenata. E vale la pena spiegare perché, perché la differenza tra le due canzoni è la differenza tra due età della vita, e forse tra due modi di stare al mondo.
L’avvelenata nasce come risposta. Un critico aveva attaccato Guccini, e lui, invece di incassare, prese la penna e rispose in versi, con una rabbia che non aveva mai mostrato prima. Sputa contro la critica pigra, malevola, usa al luogo comune — come scrive bene chi oggi la ricorda. Contro chi lo voleva profeta e contro chi lo voleva merce. Contro le aspettative che gli altri gli cucivano addosso. È il momento in cui il maestro si toglie l’aureola e dice: non sono quello che credete, e comunque non vi devo niente.
C’è un verso che è diventato proverbiale: spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato. Ecco, si potrebbe pensare che sia la frase di uno che si difende, che para i colpi, che sta sulla soglia ad aspettare l’attacco. Non è così, ed è qui il punto. Chi si difende è ancora prigioniero di chi lo attacca: aspetta, reagisce, tiene un fronte. Guccini in quel pezzo non difende niente. Fa l’esatto contrario. Si libera. Si toglie di dosso il peso di dover rispondere alle attese altrui. Non è la voce di chi è sotto tiro. È la voce di chi ha smesso di considerare il giudizio degli altri come la misura del proprio valore.
E questa è la ragione per cui oggi la sceglierei. Non perché io abbia un fronte da tenere, non perché ci siano accuse da cui ripararmi. Al contrario. Perché sono arrivato, e ci si arriva solo dopo, all’età in cui si capisce che il consenso non è la misura del vero. Che quasi tutti parlano per interesse o per pigrizia. Che dire una cosa come la si vede costa isolamento, e che l’isolamento, a un certo punto, non spaventa più. Non è amarezza. È una specie di leggerezza scomoda: quella di chi non deve più piacere a nessuno, e proprio per questo può finalmente essere libero.
Se Radici era l’appartenenza scelta — stare dalla parte di, mettere radici dove si decide di metterle — L’avvelenata è il passo successivo, e il più difficile: la libertà dall’appartenenza. Non stare più dalla parte di qualcuno, ma stare per conto proprio. È la cosa che costa di più, perché toglie le protezioni del gruppo, della bandiera, della tessera. Da giovani non ci si arriva. Da giovani si ha bisogno di appartenere, e va bene così, è giusto così. Ci si arriva dopo, quando si è visto abbastanza. Quando si è capito che il coraggio, quello vero, non è alzare la voce contro il nemico, ma dire una cosa vera anche quando toglie gli applausi degli amici.
Guccini queste due canzoni le ha scritte a distanza di quattro anni: Radici nel ’72, L’avvelenata nel ’76. Quattro anni, sulla carta. Una vita intera, nella sostanza. Il ragazzo che costruisce la propria appartenenza e l’uomo che se ne rende libero. Le ho attraversate tutte e due, nell’ordine in cui lui le ha scritte, solo che ci ho messo molto più di quattro anni. E oggi che lui non c’è più, mi accorgo che la seconda mi somiglia più della prima. Non perché mi difenda da qualcosa. Perché non devo più chiedere il permesso a nessuno per sapere dove sta il giusto.
Grazie, Francesco. Anche per questa.





