
Francesco Guccini – L’avvelenata
7 Agosto 2026
C’è una liturgia nei comunicati semestrali del Monte, e la si riconosce dal carattere: le maiuscole. Crescita profittevole, solidità patrimoniale, capacità di generare valore in modo sostenibile. Un miliardo e cento milioni di utile, più venticinque per cento sull’anno, il CET1 al 16,3 con un cuscinetto di seicentottanta punti base che «consente un’elevata flessibilità strategica». Chi legge solo la prima pagina chiude il documento persuaso di una banca in salute smagliante. E in senso stretto, contabile, lo è. Il problema è che la salute annunciata a caratteri cubitali e la salute che tocca all’azionista di Siena non abitano la stessa colonna.
Il numero più eloquente dell’intero fascicolo non sta nei titoli. Sta a pagina venti, in corpo minore, nella riga dell’utile per azione: 0,368 euro contro 0,708 dell’anno prima. Meno quarantatré per cento. L’utile complessivo che cresce di un quarto e l’utile per ciascuna azione che si dimezza: è la stessa grandezza guardata da due lati, e i due lati dicono cose opposte. La spiegazione è aritmetica prima che politica. Se un miliardo e centodiciassette milioni valgono trentotto centesimi ad azione, le azioni in circolazione sono ormai più di tre miliardi, contro il miliardo e poco più di un anno fa. Più che raddoppiate. È il prezzo del concambio con cui Mediobanca è entrata nel perimetro: chi possedeva un pezzo del Monte oggi ne possiede, in proporzione, meno della metà. La torta è più grande, ma le fette sono molto più numerose, e la fetta senese si è assottigliata mentre il comunicato celebrava la crescita della torta.
Vale la pena guardare come quella crescita sia costruita. Tutto il confronto con il 2025 poggia su dati «rideterminati»: si è riscritto l’anno precedente includendovi Mediobanca come se fosse già dentro. Operazione legittima. Ma con una convenzione decisiva, dichiarata in nota e poi dimenticata: il risultato di Mediobanca ante-acquisizione viene attribuito interamente ai «terzi», senza toccare l’utile del 2025. Il famoso più venticinque per cento nasce così in buona parte da un travaso, non da un miracolo operativo. Basta leggere la riga accanto: l’utile di pertinenza di terzi crolla da 684 a 80 milioni. Ciò che l’anno scorso, per convenzione, era «dei terzi», quest’anno diventa «della capogruppo». Non è ricchezza nuova che appare: è ricchezza che cambia di casella. Il dato contabile — che pure porta nel nome l’idea di ciò che è dato, offerto, trovato — è qui tutt’altro che dato: è fabbricato con cura, e la cura sta proprio nella scelta di dove far cadere i numeri.
Poi c’è la frase che, in una relazione di conti, pesa più dei conti. Ritorna due volte, isolata dagli asterischi come un’antifona: «proseguono le analisi delle opzioni strategiche, secondo un approccio rigoroso e finalizzato alla massimizzazione del valore nel lungo periodo per tutti gli stakeholder». E subito sotto, l’annuncio che ai consulenti già ingaggiati si aggiunge Keefe, Bruyette & Woods, una casa che di mestiere fa una cosa sola: fusioni e acquisizioni fra istituzioni finanziarie. «Opzioni strategiche» è, in questo vocabolario, una parola precisa: qualcosa si muove, o si prepara a muoversi. L’invocazione del «lungo periodo» è la formula rituale con cui si copre di serenità futura una partita che si gioca nel presente. Chi conosce il dossier — l’OPAS, il golden power, il risiko che da mesi tiene insieme Siena, Milano e Trieste — sa che dietro l’antifona non c’è quiete: c’è un tavolo apparecchiato.
E qui il comunicato tradisce, senza volerlo, la sua verità. Sfila davanti agli occhi un catalogo che con la banca «radicata sul territorio» non ha quasi nulla da spartire: la contribuzione crescente da Generali, i certificati sul mercato delle emissioni, l’operatività in commodities per quasi novanta milioni, i partners terzi di Arma, il wealth management di scuola milanese, la controllata francese ceduta a fine maggio. Il Monte parla di sé come di un «network altamente competitivo e radicato» nell’esatto momento in cui le filiali della rete Italia scendono a 1.546 e i dipendenti calano di duecentosessantadue. Il radicamento si celebra proprio mentre si dirada. Quando la sostanza è migrata altrove, il nome resta a fare da reliquia. Monte dei Paschi di Siena, banca dal 1472: il marchio è un’iscrizione sotto la quale il corpo si è spostato. Di Siena, ormai, soprattutto il nome; e dopo questa lettura, nemmeno più il numero, se il numero è quello dell’azione.
Nel 1472 quel Monte nacque come istituzione di misericordia civica, un presidio contro l’usura, un modo perché la comunità tenesse per sé una parte della propria ricchezza. Cinque secoli e mezzo dopo, l’atto conclusivo della relazione annuncia un pay-out fino al cento per cento dell’utile: tutto distribuito — ma a chi? Il patrimonio netto è già sceso di due miliardi per il dividendo pagato a maggio. La ricchezza esce, integra e veloce, verso un azionariato che di senese ha poco. C’è una sapienza antica che ricorda come un bene nato collettivo non si privatizzi mai del tutto senza lasciare un debito morale a chi lo aveva custodito. Il bilancio del Monte, a leggerlo bene, è tecnicamente ineccepibile e civilmente muto su quel debito. Dice quanto valore è stato generato. Non dice per chi. E l’unico rigo che prova a dirlo — trentotto centesimi ad azione, meno della metà di prima — è scritto in caratteri troppo piccoli perché lo si prenda per il titolo che invece è.





