
Confini che si chiudono, poteri che si spostano — rassegna dell’8 agosto 2026
8 Agosto 2026
A nome degli altri
8 Agosto 2026
C’è un’ultima fotografia e c’è un grido, e Marco Bardazzi li rimette in fila sul Foglio a settant’anni esatti dallo schianto sulla Springs Fireplace Road. L’11 agosto 1956 Jackson Pollock esce di strada con la sua Oldsmobile decappottabile: muore lui, muore Edith Metzger, sopravvive Ruth Kligman, che passerà il resto della vita a raccontarlo. Ma il vero incidente era avvenuto mesi prima, e non sull’asfalto. A gennaio Time lo aveva ribattezzato “Jack the Dripper”, e con quel gioco di parole aveva fatto la cosa più crudele che si possa fare a un uomo: gli aveva dato un nome che lo chiudeva fuori dalla sua stessa opera. Da allora non dipinse più. Lo studio nel capanno si riempì di polvere.
Vale la pena sostare su quel grido, perché dice più di ogni necrologio. Selden Rodman lo trova tra le tele abbandonate e Pollock scoppia a piangere: credi che avrei dipinto questa robaccia se sapessi disegnare una mano? La frase sembra un cedimento e invece è una diagnosi. La mano è il luogo antichissimo del mestiere, la misura umana che tiene insieme l’occhio e il mondo, il punto da cui si guarda e si nomina. Pollock quella misura l’aveva abolita: aveva rovesciato il colore sulla tela stesa a terra, aveva tolto il cavalletto, la firma del polso, il punto di fuga — aveva dipinto, dirà Franz Kline nel suo epitaffio, tutto il cielo, riordinando le stelle. Aveva costruito una cosmologia senza vedetta, un mondo senza il luogo da cui si sta a guardarlo. E poi non ha retto ciò che aveva fatto. Non si è riconosciuto nella propria rivoluzione arrivata fino in fondo.
Qui c’è qualcosa che riguarda ogni fondazione. Le cose che si generano da sé faticano a riconoscersi come tali: portano dentro un vuoto d’origine che non si lascia colmare né firmare. Pollock arriva al limite estremo del gesto e in quel limite non trova più appigli — né il paesaggio, né l’oceano, né la solitudine degli Hamptons gli restituiscono un dove. La Scuola di New York è al culmine, i giovani già premono alle porte delle gallerie, e lui è fermo, paralizzato dalla consapevolezza di aver dato tutto ciò che poteva dare. L’alcol non è la causa: è il modo in cui si abita un vicolo cieco.
Il resto è la solita, feroce contabilità del mito. Lo scorso maggio da Christie’s Number 7A del 1948 è stato battuto a centottantuno milioni di dollari, record per l’artista; il quattro ottobre il Metropolitan aprirà Krasner and Pollock, con il cognome di Lee stavolta anteposto a quello di Jackson — tardivo risarcimento all’angelo custode che quell’estate lui aveva scacciato. E così il nome che lo aveva imprigionato diventa la sostanza per cui il mondo lo venera: si consacra a peso d’oro esattamente la rovina che l’uomo non sapeva più portare.
Resta la domanda che Bardazzi lascia aperta, e che non è sulla mano di Pollock ma sulla nostra: si può amare un’opera senza voler sapere nulla del prezzo che è costata a chi l’ha fatta? Il fossato lungo la Springs Fireplace Road continua a rispondere di no.





