
La Maestà chiamata a coprire un concambio
10 Agosto 2026Sulla presentazione del drappellone e della mostra “Metamorfosi del Sacro” al Santa Maria della Scala. Un esperto d’arte che dice, senza volerlo, l’esatto contrario di ciò che vuole dimostrare — e la scala di Domenico di Bartolo che, invece di distendersi, viene fatta salire.
di pierluigi piccini
Una presentazione non è mai una descrizione. È un apparato, e come ogni apparato serve a far vedere una cosa e a non farne vedere un’altra. Quella che accompagna il drappellone di Teodora Axente e la mostra “Metamorfosi del Sacro” ha un pregio raro: si smonta da sé. Basta ascoltarla fino in fondo, perché nelle ultime battute confessa ciò che nelle prime aveva tenuto nascosto.
Il primo movimento è tutto senese. Axente avrebbe “studiato molto” il Santa Maria della Scala, condotto uno “studio analitico veramente importante”, sarebbe stata “folgorata” dal nostro patrimonio; e la prova sarebbe la precisione con cui ridipinge Domenico di Bartolo, gli affreschi del Pellegrinaio, l’ampolla del sangue, le reliquie giunte da Costantinopoli nel 1356. Fin qui il ritratto è quello di una pittrice che viene a Siena, si china sulle nostre pareti e ne discende. “Focus su Siena”, si dice. La borsa che riproduce le scene dell’ospedale è offerta come pegno d’amore filologico.
Poi la presentazione arriva alla fine e cambia lingua. Le opere, si scopre, sono “cupe, tenebrose”, “ricordano la pittura nordica, la pittura spagnola”, “la pittura fiamminga”, “in particolar modo Bosch”; e a governarle non è Siena ma “l’inconscio”, che vi ha “una parte preponderante”. Le due metà non stanno insieme. Non si può essere insieme discendenti del Trecento senese — del fondo oro, della linea gotica, del colore luminoso e antinaturalistico di Duccio e di Simone — e figli di Bosch e del tenebrismo del Nord. O l’una o l’altro. E poiché la seconda descrizione è quella vera, la prima si rovescia: quel “focus su Siena” non è una discendenza, è un prelievo. Siena non è la madre, è la cava.
Lo dice, ancora senza avvedersene, il dettaglio più tenero della presentazione: le reliquie nascoste nei quadri, che il visitatore potrà “come gioco” cercare. Un tesoro civico e sacro — l’ampolla, lo stemma, gli affreschi della carità — ridotto a enigma, a motivo da stanare, a citazione disseminata dentro un mondo che non è il suo. Le reliquie, si ammette, “hanno una valenza simbolica”: cioè vengono staccate dalla loro funzione — liturgica, storica, comunitaria — e rimontate dentro l’economia simbolica della pittrice. Questo non è dialogo con Siena. È Siena messa al servizio d’altro.
E qui la presentazione consegna la sua immagine più rivelatrice, senza sapere quanto pesi. Gli affreschi di Domenico di Bartolo, dice, sono inseriti “tra i pioli di questa scala”, una scala che “ascende” fino allo stemma del Santa Maria. Fermiamoci, perché è tutto. Il ciclo del Pellegrinaio è la più orizzontale delle pitture: la città che assiste, che lava le piaghe, che distribuisce il pane, che alleva l’infanzia abbandonata e dà la dote alla fanciulla cresciuta nella ruota. È carità come fatto materiale e collettivo, un’istituzione del comune messa in figura. Non ascende a nulla: si distende sulla vita di una comunità. Farne i pioli di una scala che sale allo stemma significa prendere la carità civile e verticalizzarla in ascesa dell’anima. Il gesto è identico a quello che, nell’altra mostra, spiritualizza il Buon Governo: là si trasforma l’ordine dei molti in esame di coscienza del singolo, qui si trasforma l’assistenza dei corpi in salita dello spirito. Due edifici, una sola operazione. Il civile dissolto nell’interiore.
Ed è coerente, perché il tema dichiarato è la metamorfosi: la donna che diventa cerbiatta, i corpi di bozzolo e d’insetto, l’uomo che prende sembianze animali. Il presentatore ci legge “rinascita”, “rigenerazione”. Ma la metamorfosi è il più privato dei soggetti — il sé che muta, il corpo solo che si trasfigura — e la parola dolce, “rigenerazione”, è posata sopra un materiale che lo stesso presentatore chiama “scioccante”, “inquietante”, “provocazione”. Non è la trasformazione di una comunità: è la mutazione di un’anima. L’esatto contrario del registro che a Siena chiamiamo civile.
Resta la profezia sul drappellone: sarà “in linea con questa produzione”, tenebroso, gotico, squarciato da figure luminose dagli sguardi “inquietanti”. Detto come un pregio, come una felice continuità. Ma è precisamente il problema. Perché il drappellone di questo agosto commemora i cinquecento anni di Camollia: la sopravvivenza e l’indipendenza di una comunità, il fatto collettivo per eccellenza. Annunciare che vi ritroveremo l’atmosfera dell’anima tenebrosa e onirica non è rassicurare: è confessare in anticipo lo scarto. La stessa mano che sulla seta dovrebbe celebrare il comune porta, per sua natura e per esplicita ammissione di chi la presenta, un immaginario dell’individuo sacralizzato.
Nulla di tutto questo toglie ad Axente la mano straordinaria, il colore, la perizia: su questo la presentazione ha ragione, e la pittrice è seria e formidabile. Ma una presentazione ha un compito, e questa lo tradisce due volte: promette Siena e descrive il Nord, promette un ritorno alle fonti e racconta un’importazione. Chi conosce i propri affreschi dovrebbe accorgersene già dall’immagine che gli viene messa in mano: una scala che, dove Domenico di Bartolo distendeva la carità di una città, viene fatta salire verso il cielo di un’anima sola.





