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Tre sigle civiche — Sena Civitas, che in Consiglio pesa un voto, più Pietraserena e Siena Si.cura, che non ne pesano nessuno — lanciano alla vigilia del Palio un appello social: la storia insegna che le decisioni prese in fretta segnano il futuro, il turismo da solo non basta, si dica quale Siena immaginiamo per i prossimi decenni. Chi potrebbe dissentire? Nessuno. Ed è precisamente questo il limite.
Perché la domanda “quale futuro” è la parte che non costa. È il truismo che raccoglie il consenso di tutti proprio perché non impegna nessuno. La difficoltà comincia un rigo dopo, dove l’appello si ferma: quale modello, con quali investimenti, chi mette i denari, chi rinuncia a cosa. Su questo, silenzio. O meglio: delega. Si consegna ad altri l’onere di riempire il vuoto che ci si limita a indicare. È la posizione più comoda che esista — additare il problema senza mai rispondere della soluzione. Si alza il pallone perché un altro schiacci; e se la palla finisce fuori, la colpa sarà di chi ha colpito, non di chi ha alzato.
A chi si rivolge, chi legge, un appello così? Non a chi governa, che i dossier li ha già sul tavolo. Si rivolge a te, elettore, che quel fronte vorrebbe intercettare. E vale la pena guardarci dentro, perché quello che ti viene offerto — a ben vedere — è una domanda spacciata per programma. Ti si chiede di condividere un’inquietudine, non ti si dice cosa farne. Ti si invita a immaginare, non ti si mette davanti una scelta. È un corteggiamento a costo zero: non impegna chi lo pronuncia, e non ti lascia in mano niente.
Ma il difetto vero di questo appello non è la sua comodità. È il tempo verbale in cui è scritto. Parla del futuro con la grammatica del presente. Enumera i dossier — Mps, l’area Beko, il Biotecnopolo, l’intelligenza artificiale — allineandoli come se fossero tutti uguali, tutti egualmente “aperti”, tutti trattabili con lo stesso gesto: porre la questione, chiedere una visione, attendere. Come se le sigle di oggi fossero un dato stabile, e come se le logiche di oggi bastassero anche per il dopo.
Il dopo, però, ha una data. Il 10 settembre l’assemblea straordinaria di Intesa Sanpaolo vota la delega per l’aumento di capitale a servizio dell’Opas su Monte dei Paschi. Da lì si apre il periodo di adesione, e l’operazione — subordinata al vaglio delle autorità e al golden power del governo — si avvia al perfezionamento entro dicembre. Non è un dossier accanto agli altri. È una soglia: prima si discute di scenari, dopo si è dentro o fuori una configurazione decisa altrove — un nuovo primo azionista di Generali attraverso Mediobanca, il ridisegno della piazza bancaria, e per Siena la fine di ogni residua contiguità con ciò che fu il suo Monte.
E qui va detta l’unica cosa onesta, quella che l’appello non dice e che nessuno può dire al posto suo: cosa ci sarà dopo quella soglia, non lo sa nessuno. Non lo so io, non lo sanno loro, non lo sa chi governa. Si apre un campo di cui non conosciamo gli esiti — finanziari, e ancor meno politici. Cosa ne sarà degli equilibri cittadini, quali alleanze avranno ancora senso, con quale vocabolario si parlerà di Siena quando sarà caduto quello dell’appartenenza al Monte, e come tutto questo arriverà al voto politico del 2027: sono domande vere, e vere proprio perché aperte.
Ed è qui che la neutralità dell’appello va guardata per quello che è. Non è candore. È calcolo. Restare sul terreno della domanda pura — “chissà cosa succederà, noi intanto poniamo le questioni” — significa non sporcarsi con nessuna risposta, e così tenere le mani libere per qualunque scenario esca dal 10 settembre e dal voto del 2027. Se prevarrà un assetto, si diranno coerenti; se ne prevarrà un altro, pure. Chi non prende posizione oggi si riserva di prenderle tutte domani. La domanda neutra non è coraggio civile: è la postura di chi vuole sopravvivere a ogni esito senza essersi esposto ad alcuno. E il non-detto — “noi siamo quelli che pongono le domande scomode” — diventa il loro unico capitale politico, da spendere poi nella direzione che converrà.
Questa è la differenza che dovresti pesare, elettore, prima di lasciarti corteggiare. Non tra chi ha la visione e chi no — le visioni, a ogni luglio, se ne producono in abbondanza. Ma tra chi riconosce che c’è una soglia, e agisce nelle settimane che restano dove ancora si può incidere — sul golden power, sul ruolo che la Fondazione e le istituzioni cittadine possono ancora giocare prima che il varco si chiuda — e chi invece maneggia il futuro con la grammatica del presente, e chiamando “coraggio” una domanda coltiva il tuo consenso senza offrirti nulla in cambio, per riservarsi di spenderlo quando il rischio l’avranno corso altri.
C’è un giorno, a settembre, dopo il quale niente sarà come lo si sta nominando oggi.





