
Una parte del fronte civico e la data che non nomina
12 Agosto 2026Il Comò
di Pierluigi Piccini
Ci sono cose che si tengono nel comò, in fondo al cassetto, sotto la biancheria: una fotografia, una lettera, un santino. Le tiri fuori nei giorni in cui il paese si ferma, e allora capisci che appartengono a tutti, non solo a te. La morte di Busso è stata uno di quei giorni. Prima c’era stato Daniele Cheli. Due volte, in poco tempo, Piancastagnaio si è fermata — e due volte, fermandosi, si è ritrovata.
Vorrei dire una cosa che non si dice volentieri, perché fa male a pronunciarla. Ogni morte, vista da dentro, è una solitudine assoluta. È la sola esperienza che nessuno può fare al posto nostro, che non si presta e non si divide. Ci si accompagna fino alla soglia, si tiene una mano, si resta accanto fino all’ultimo respiro: ma la soglia si varca da soli. Nessuno muore in vece di un altro. Busso, nell’istante che conta davvero, era solo come ciascuno di noi sarà solo. Ed è questo lo scandalo che sta nel cuore del momento più affollato che ci sia: dentro il funerale, che raduna il paese intero, abita il fatto più solitario che esista. Il “noi” arriva fino all’orlo di quella solitudine, e lì si ferma. Non può seguirlo oltre. Nessuno può.
Per questo esiste il rito. La comunità, che non può accompagnarlo di là, fa l’unica cosa che le è concessa di qua: compone il corpo, ne pronuncia il nome, dà al congedo una forma. Ma quella forma, se ci pensiamo, non è solo per chi se ne va. È per noi che restiamo. Perché a ogni funerale ciascuno sta, senza dirselo, davanti alla propria morte. La bara è uno specchio, e ognuno vi si guarda. Quel terrore che ci isolerebbe — la vertigine del toccherà anche a me, e sarò solo — viene tenuto a bada dal gesto fatto insieme. È questo l’esorcismo: non far sparire la morte, che non si può, ma rendere sopportabile il suo terrore dividendolo tra molti. Il rito non nega niente. Prende l’insopportabile e gli dà una forma comune, dentro cui poterlo reggere. Le parole dette, l’ordine dei gesti, le mani sulle spalle: sono un argine, perché nessuno precipiti da solo.
L’ho scritto altrove, in un libro, e lo ripeto qui perché è il punto: una collettività si riconosce anche da come seppellisce i suoi morti. Il momento in cui un gruppo di uomini smette di abbandonarli e comincia a comporli, a orientarli, a segnare il luogo dove riposano — quello è il momento in cui diventa umano. Prima degli strumenti, prima della legge, c’è la sepoltura. Non è dai monumenti che un popolo alza ai vivi che si misura, ma dalla cura che ha per i suoi morti. E la verità profonda di un paese, quella che sta nascosta sotto le faccende di ogni giorno, si mostra tutta lì: nel come accompagna.
Noi, su questa montagna, questa cosa la sappiamo da sempre. È terra di miniera, l’Amiata, terra che ha convissuto per generazioni con il fuoco di sotto, con la possibilità che dal ventre della montagna qualcuno non risalisse. Il sapersi stringere intorno a chi non c’è più non è, per noi, una cosa imparata da poco: è un gesto antico, sedimentato nel corpo del paese, una competenza del cuore passata di padre in figlio. Quando ci siamo raccolti per Busso non abbiamo fatto altro che ripetere un movimento che questa comunità conosce da secoli.
E poi c’è il nome. Alberto Guerrini era Busso. Non lo si chiamava altrimenti, e in quel nome breve stava tutto — l’affetto, la familiarità, l’essere ormai di tutti. Un soprannome non è un vezzo: è il segno che una persona è entrata nella lingua del paese, che l’abbiamo assorbita nel nostro parlare di ogni giorno. Seppellire Busso ha voluto dire, anche, seppellire un nome che tutti sapevamo dire. Per questo la ferita è stata di tutti: mancava, di colpo, una parola del nostro vocabolario.
Non voglio farne un lamento, e non lo è. Voglio chiudere con una cosa semplice, e affettuosa. Un paese capace di comporre così i suoi morti è un paese ancora pienamente vivo. Quella capacità di dare forma all’insopportabile, di reggere insieme ciò che da soli ci schianterebbe, è la nostra ricchezza più vera, e la più nascosta. La stessa mano che si posa sulla spalla nel giorno del congedo è la mano che sa battere sulle spalle nei giorni della festa. Busso, andandosene, ci ha lasciato questo: la prova che il paese sa ancora fare la cosa più difficile e più umana — accompagnare i suoi fino alla soglia, e poi tornare, insieme, a vivere. Rimettiamo la fotografia nel cassetto. Ma teniamo caldo, anche nei giorni senza lutto, quel calore.





