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Il quindici agosto, sull’Amiata, è il giorno in cui la notte restituisce il fresco che il giorno aveva tolto. In un giardino, quella sera, si tiene un concerto.
Il luogo non è neutro. I giardini portano il nome di Francesco Nasini, e la bottega dei Nasini, su queste montagne, ha riempito volte e altari di glorie e di cieli aperti. Che un giardino intitolato a un pittore ospiti un concerto è una coincidenza che vale la pena notare, niente di più.
I Queen, in una notte simile, hanno una loro pertinenza. Nessuno come loro ha lavorato il rock con un’ambizione operistica che non si vergogna della propria grandezza: il pezzo che si spezza in movimenti, il registro che sale fino a incrinarsi, i cori costruiti perché la folla li completi. È musica pensata per essere cantata insieme, non ascoltata in silenzio.
Sul palco non ci sarà Mercury, e conviene dirlo. Un buon tributo non finge di essere la cosa: convoca una memoria e lascia che sia lei a fare il lavoro. La voce che non è la sua serve a richiamare la sua. Quando funziona, non si applaude un’imitazione: si riconosce qualcosa.
In serate simili è la folla che canta, non il palco. Centinaia di persone che conoscono le parole, che completano le frasi prima che vengano pronunciate. Il concerto diventa questo — una comunità che canta a se stessa, con la band a fare da pretesto.
È anche così che un piccolo comune fa cultura: non solo il museo, il drappellone, la controversia colta, ma anche un giardino che per una notte si riempie, una comunità che resta invece di scendere al mare, la montagna che nella notte più calda offre il fresco e la musica. Ferragosto come occasione per ritrovarsi, sull’Amiata, invece che per andarsene.





