
Il nome e il corpo che se n’è andato
15 Agosto 2026di Pierluigi Piccini
Domani la piazza torna a farsi conca, e Siena corre il Palio dell’Assunta. Prima del canape vale la pena sostare un istante sul nome della festa, perché custodisce un’idea antica e ostinata: quella di un corpo che sale.
Ogni civiltà l’ha sognata, questa ascesa. Da sempre gli uomini hanno immaginato figure che salgono: il giusto che non conosce la morte come tutti, chi viene sottratto e portato in alto mentre è ancora vivo, chi è attratto verso il cielo nella propria carne. Racconti lontanissimi tra loro, nati in lingue e mondi che non si sono mai incontrati, eppure percorsi dallo stesso desiderio insopprimibile, quello che abita il cuore e non si lascia zittire: che ciò che amiamo non finisca nel nulla.
Il nostro tempo ha creduto di poter esaudire quel desiderio per un’altra via. Ha promesso un’eternità figlia della tecnica: la biologia riscritta come si aggiorna un programma, la morte trattata come un difetto da correggere. È la tentazione dell’uomo che smette di sentirsi custode e si crede creatore. Ma è un’eternità ridotta al solo visibile, al vendibile; si guadagna forse qualche anno e si perde la domanda che ci rende umani: che sarà di noi, e di chi amiamo, oltre la fine.
Ecco perché l’Assunta, e il rito che domani le dedichiamo, dicono ancora qualcosa che nessuna tecnica sa dire. In tutti quei racconti di ascesa torna una regola sola: nessuna vale se è solitaria. Il cielo senza la vicinanza degli affetti non è cielo. Chi sale resta legato ai suoi, al suo popolo, alla sua terra; non fugge, indica un cammino agli altri.
È qui che la festa senese, senza saperlo, custodisce una verità. Il Palio non è mai il gesto di uno che si salva da solo. È il corpo di una comunità che si solleva insieme. La contrada è precisamente questo: un noi che viene prima dell’io, dentro cui ciascuno trova la propria misura. Nella conca del Campo non sale un uomo verso il cielo; sale, per un attimo, un intero popolo, con i suoi cavalli, la sua polvere, il suo canto. E ciò che innalza non è un’idea astratta ma un drappo dipinto, portato in alto a braccia: la materia più concreta trasformata in segno.
C’è, in questo, una lezione controcorrente. La nostra epoca vorrebbe farci consumatori solitari perfino della felicità, clienti di un’eternità confezionata. Il Palio risponde con l’opposto: una pienezza che non si compra, non si delega, non si vive da soli. Non si sale da soli. La città che quasi otto secoli fa si consegnò alla Vergine lo sapeva già, e ogni anno lo ripete non con una dottrina ma con un corpo collettivo che rischia, esulta e piange all’aperto, sotto il cielo.
Dopo un’estate di rinvii, domani il canape cadrà. Non conta, in fondo, quale contrada vincerà. Conta che una comunità sappia ancora desiderare una pienezza che non le venga venduta come merce, che non sia solitaria e non sia tecnica: un’ascesa che non fugge la terra ma le appartiene, e non lascia indietro nessuno. È la scelta a cui, ogni sedici agosto, i senesi si affacciano senza dirselo. Da una parte l’io che vuole salvarsi da solo. Dall’altra il noi che sale portando con sé i suoi morti, i suoi vivi, i suoi affetti. La festa dell’Assunta è la memoria testarda che soltanto la seconda di quelle due strade merita il nome di cielo.





