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Questa è una risposta a distanza. In un intervento molto seguito, Alessandro Barbero ha spiegato le dinamiche del Palio con la precisione del grande divulgatore: la tratta, i patti, i fantini pronti a vendersi, il denaro che passa al canapo sotto gli occhi di tutti, e in cima quella parola che sintetizza e insieme tradisce, truccato. Sui fatti Barbero va vicinissimo alla verità. Ma li racconta da fuori, e da fuori si vede il meccanismo senza coglierne il senso. Non si tratta di correggere i suoi fatti, che sono esatti, ma di rimetterli dentro il pensiero che li rende comprensibili. Il Palio non è folklore né una guerra finta: è il modo in cui una città ha risposto a una domanda antica — che cosa può la ragione contro la sorte — dopo aver vissuto, e mai smaltito, una sconfitta.
Il fatto storico da cui partire è quello che di solito resta fuori dal racconto. Il Palio che conosciamo, con le contrade dai confini fissi e la corsa in Piazza, prende forma stabile tra Sei e Settecento — i confini vengono sanciti nel 1729 — cioè dopo il crollo dell’indipendenza: Siena si arrende per fame nel 1555, e la Repubblica riparata a Montalcino si spegne nel 1559. Che il rito si consolidi in relazione a quella perdita è una lettura, non un dato da manuale; ma è una lettura che tiene, perché spiega tutto il resto. Tolto il campo di battaglia vero — l’indipendenza, la sovranità — il conflitto non svanisce: si travasa in una forma che lo mantiene vivo rendendolo insieme innocuo e più intelligente. Il Palio è un’istituzione che viene dopo una disfatta, e la trasfigura invece di rimuoverla.
Al centro c’è il rapporto tra sorte e ragione, che non sono avversari ma condizione l’uno dell’altra. La tratta, l’assegnazione del cavallo per sorteggio, è la sorte pura: la carta che il caso ti mette in mano e che non hai scelto. Ed è per questo che, appena uscito, il cavallo diventa sacro e immodificabile — lo benedicono, lo portano in chiesa, gli dicono va’ e torna vincitore: la sua sacralità è la sua fissità. Tutto ciò che segue è l’ingegno che lavora su quel dato. La sorte non è l’ostacolo alla libertà, ne è la materia: senza il cavallo muto e immutabile non ci sarebbe niente su cui esercitare la virtù, perché un gioco che controlli del tutto non chiede intelligenza. La libertà non è l’assenza del vincolo, è il modo in cui lo porti. Non puoi cambiare la carta, conta come la cavalchi.
Qui va aggiunta una correzione a Barbero, ed è mia tesi contro il suo racconto esterno. Si dice che la contrada assume il fantino, e nel suo racconto è il fantino mercenario che si vende all’ultimo. Ma il cavallo è fisso e il fantino resta libero fino quasi alla fine: è allora lui a leggere il cavallo e a decidere. Chi valuta è il fantino, il criterio è il cavallo, e la contrada, che sembra il soggetto della scelta, ne è piuttosto l’oggetto. È un punto che torna decisivo alla fine, quando si tratterà di capire se il rito è ancora vivo o già svuotato.
Con questo si capisce perché il gioco, nella sua fase piena, meriti di essere chiamato nobile, e non per nostalgia. Lo è per tre ragioni. La prima: il soggetto è la comunità, non l’individuo — decidono i capitani, magistrature elette dal popolo, e il partito (accordo, alleanza, tradimento pagato) è una politica estera in miniatura fatta di alleanze, tributi, inimicizie ereditate. La città che non ha più una politica estera vera se ne ricostruisce una in sedicesimo. È la figura antica dell’uomo che, privo di forza, oppone alla sorte l’astuzia che aggira il destino invece di affrontarlo di petto; ed è l’idea che la fortuna sia arbitra di metà delle nostre azioni e ci lasci governare l’altra metà, un fiume che travolge in piena e contro cui si alzano ripari quando è quieto. La virtù non abolisce la fortuna, le strappa il margine che concede, e il Palio è quella contrattazione fatta rito.
La seconda ragione smonta alla radice il truccato: l’astuzia è pubblica. Si bara sotto gli occhi di tutti, e tutti sanno leggere. Il sotterfugio non è nascondimento ma messa in scena: vale perché un pubblico competente lo riconosce. È l’opposto della corruzione moderna, che vive di segreto, e per questo educa — ogni Palio è una lezione pubblica su che cosa sia la virtù antica, che non è l’onestà ma la capacità di raggiungere il fine restando dentro le regole. La terza: il fine non è vincere, è battere la nemica. L’avversaria storica pesa più del trionfo, e questo rivela la funzione profonda del rito, che incanala l’odio tra i quartieri — quello che in una città stretta poteva diventare faida — dentro una forma regolata che il giorno dopo si ricompone. Ci si definisce contro qualcuno, e così si appartiene: l’inimicizia regolata non è la crepa, è il cemento. Anche questo è il ponte verso la domanda finale.
Il cuore è cosa fa la ragione dopo la sconfitta: non conclude che la sorte ha vinto, conclude che si deve rigiocare. La ripetibilità è la sua risposta. Non puoi essere sconfitto per sempre, perché c’è sempre il prossimo Palio; la risposta alla fortuna non è la vittoria — rara, e nemmeno il vero scopo — ma la persistenza. Siena non riconquista la libertà nel 1555, perde e per sempre, ma si dà una forma in cui la contesa si riapre in eterno. È il mio giudizio personale che il Palio, in questo, annulli nei fatti le sconfitte esterne: ciò che la storia ha deciso fuori dalle mura viene sospeso, due volte l’anno, da un verdetto che la città torna a pronunciare da sé, sul suo terreno e alle sue regole. Per questo il Palio è, alla lettera, anti-tragico: nella tragedia il destino vince e l’uomo lo riconosce, la porta si chiude; qui la porta non si chiude mai. E non è nemmeno commedia col lieto fine che guarisce: è un rito che tiene la ferita aperta apposta, che al perdente non dà consolazione ma un’altra volta. Per questo i senesi piangono, vinto o perso — non per il risultato, ma per la ferita che la storia ha inferto e che la città rifiuta di far rimarginare. La seconda soffre più dell’ultima, perché non conta la classifica: conta che la sua ragione ha mancato il compito, fermare la nemica, e dovrà riprovarci.
Tutto passa per la lingua, ed è qui che Barbero, che di lingua se ne intende, si ferma un passo prima. Il cavallo è muto, la sorte è silenzio; l’ingegno è tutto parole — patti, promesse, segni — e il premio non è denaro né coppa ma il cencio, un drappo dipinto: si vince una parola fatta stoffa. C’è poi uno strato più profondo, che lega la lingua alla sconfitta. Un popolo vinto parla una lingua doppia: quando non puoi dichiarare apertamente la tua sovranità, perché il padrone guarda la superficie, impari a dirla in modo che significhi una cosa fuori e un’altra dentro. La lingua del Palio recita la sottomissione — la benedizione, i permessi, il regolamento — e sotto conduce una sovranità che il padrone non sa leggere. Da qui Siena città del sottinteso, della cosa che tutti sanno e nessuno enuncia. E qui si scioglie il nodo del truccato: trucco, vergogna, illegalità sono la lingua di fuori; lo stesso gesto, dentro, si chiama virtù, astuzia, diplomazia. Non scegli male la parola dopo aver capito: è la parola che decide se capirai. Barbero descrive i gesti con parole esatte e il loro senso con parole cieche, e così conferma la tesi senza volerlo.
Sotto la lingua c’è uno strato teologico. Il gesto centrale del Palio è benedire un animale: alla lingua di fuori sembra irriverenza, in realtà ciò che si consacra non è la bestia, è la sorte. Portare all’altare il cavallo — la necessità fatta corpo — significa accogliere il dato non scelto invece di maledirlo: la città vinta, anziché bestemmiare la fortuna, la santifica. Ma nello stesso rito convivono due modi di stare al mondo dopo la sconfitta. Uno tiene fede a una promessa e resta legato alla storia, in attesa di un ritorno nel mondo; torna vincitore gli appartiene. L’altro giudica il mondo perduto e si chiude in una superiorità interiore indifferente al fuori. Le parole sono identiche, cambia lo spirito, e da quale prevale dipende la salute della città: se il rito tiene aperta l’attesa o se celebra una separazione.
Oggi lo schema si rovescia. Il fantino professionista non appartiene a nessuna contrada, appartiene al proprio mercato: gioca cento Palii mentre la contrada ne gioca uno, e li gioca l’uno contro l’altro. Non è più il braccio della comunità, è il potere insediato dentro la macchina, che la muove da dentro mentre la liturgia fuori resta identica, come se il protagonista fosse ancora la contrada. Il sacro migra dal popolo alla casta. Così il truccato diventa quasi vero, ma per il motivo opposto a quello che si crede: non perché ci sono i patti — quello era il gioco nobile — ma perché a farli non è più la città che gioca il proprio destino, è un potere privato che la gioca come propria fortuna. Lo scandalo non è il sotterfugio, è l’espropriazione.
Resta la domanda decisiva: il nemico esterno — Milano, la finanza, lo Stato che non difende — è funzionale? Sì, sempre, per struttura; il punto è a chi serve. Serve alla comunità, perché senza un fuori contro cui stringersi il noi non tiene: l’inimicizia è il cemento. Ma serve molto di più a chi governa, ed è lo strumento più economico che esista: non costa competenza né risultati, costa un discorso. Chi ha fallito dentro trova nel nemico esterno l’assoluzione automatica — sposta lo sguardo dai propri conti al torto subìto, converte l’incapacità in vittimismo e il vittimismo in consenso — così la sconfitta, invece di far chiedere conto a chi l’ha amministrata, fa stringere tutti attorno a lui.
La funzionalità va dunque giudicata da dove punta. Il nemico è sano quando allena a una battaglia che si intende davvero combattere nel mondo, con esiti verificabili; è malato quando sostituisce la battaglia con la sua rappresentazione — si celebra l’offesa invece di riparare il danno. Stesso nemico, stesse parole, due funzioni opposte: carburante di un’azione o anestetico di un’inazione. E da fuori sono quasi indistinguibili, perché la retorica è identica. L’unico criterio serio è materiale: dopo aver evocato il nemico, la città fa qualcosa che cambia i fatti, o si limita a sentirsi qualcosa che cambia solo l’umore? Segue un atto, o solo un applauso? È la stessa distinzione di prima: l’attesa usa il nemico come spinta a rientrare nella storia, la separazione come alibi per non rientrarci. La seconda cancella non il fatto della sconfitta ma il suo dolore — e una ferita che non senti più non la curerai mai.
A Siena questa deriva ha avuto un corpo preciso. Per secoli la superiorità interiore ha avuto anche forma economica: una piccola città con una banca da capitale, un Monte che la esentava dal bisogno del mondo. L’autosufficienza del rito e quella del denaro erano la stessa struttura, e la seconda è appena crollata sotto gli occhi di tutti mentre la prima continua a celebrarsi identica. Quando a una perdita reale si risponde con la retorica dell’anima e dell’integrità, con una cerimonia interna che digerisce la sconfitta in appartenenza senza cambiare un dato, siamo nella versione degenere: il Palio ridotto ad alibi, il nemico esterno usato come anestetico. Portare il conflitto dentro diventa il nome nobile della resa, quando l’interno non è più palestra per il fuori ma anestetico contro il fuori.
Alla fine il Palio non risponde a questa domanda: la pone. Mette un cavallo muto in mano a una città e la guarda scegliere — se la parola che le resta servirà a rigiocare la partita col mondo o solo a raccontarsi che la partita non le interessa più. La sorte grande è persa dal 1555. E il mio giudizio d’apertura — che il Palio annulli nei fatti le sconfitte esterne — qui mostra il suo doppio fondo: quell’annullamento è la dignità di chi non si arrende finché resta promessa di ritorno, e diventa la più elegante delle rese nel momento in cui si accontenta di sospendere il verdetto invece di ribaltarlo. Tutto sta, ancora oggi, in come si cavalca quella piccola sorte, e nel non lasciare mai che il nemico di fuori, che pure è vero, diventi la scusa per non guardare in faccia chi, dentro, ha perso ciò che aveva il compito di difendere.





