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di Pierluigi Piccini
C’è stata, in questi giorni, la solita polemica su un invito mancato a una cerimonia. Passerà come passano tutte, e non è la sedia a interessarmi: quel tavolo, ormai, non decide più nulla. Mi interessa la crepa che quell’episodio lascia intravedere, perché non parla della cerimonia, parla della casa. E dice che il modo in cui l’Amiata si è pensata per decenni è finito, e che non ne abbiamo ancora costruito un altro. Di questo vorrei si discutesse: non di chi era invitato, ma di cosa questa montagna vuole diventare.
Esiste una comunità della memoria e una comunità del progetto. La prima si tiene insieme guardando indietro, ripetendo un passato di riti e di glorie per riconoscersi; la seconda guardando avanti, attorno a un compito che ancora non c’è. Nessuna vive senza memoria, ma nessuna sopravvive di sola memoria: quando il passato diventa l’unico collante, il rito non genera più legame, ne certifica l’assenza. Si celebra l’unità precisamente perché non la si sa più fare.
È una distinzione culturale che si fa presto economica. La memoria che non genera progetto diventa rendita: si vive di ciò che è stato — il paesaggio ereditato, il nome del luogo, la posizione acquisita, il contributo che arriva perché è sempre arrivato. Reddito da un capitale accumulato in un’altra epoca, che si consuma senza rimpiazzarsi. Il progetto è il suo contrario: l’economia che rischia, investe, produce valore nuovo. E il guaio è che le due facce non stanno in campi separati, ma nella stessa persona, che difende una rendita con una mano mentre con l’altra invoca lo sviluppo, e chiede il futuro a patto che non tocchi nulla del passato. È questa ambiguità, non l’arretratezza, a paralizzare la montagna.
C’è persino chi la rendita la ricava dal rito in quanto tale. Chi del rito ha fatto un mestiere: lo cura, lo amministra, lo ripete, e nella ripetizione dell’identico trova la propria ragione d’essere. È il custode che non veglia su un edificio, ma su un cartellone che torna ogni anno uguale a se stesso — lo stesso concerto, la stessa musica andina sotto i portici, gli stessi flauti a scadenza fissa — e ha bisogno che nulla cambi per restare custode. Spesso è la maschera di una certa cultura di sinistra che ha smarrito il progetto e si è ridotta a segnaletica: ripetere i gesti giusti, le celebrazioni giuste, la liturgia giusta, non per costruire qualcosa ma per dire «io sono dei nostri». La cultura come tessera, non come lavoro; i simboli della tradizione — la memoria operaia, il popolo, la comunità — esibiti come parole d’ordine, svuotati di ciò che significavano quando erano ancora un compito. La fedeltà si fa appartenenza a buon mercato: riconoscersi tra pari senza pagare il prezzo di costruire. È la rendita più raffinata, perché si spaccia per coscienza critica — e l’identico si ripete non perché manchi l’alternativa, ma perché a qualcuno conviene che tutto resti dov’è.
Ha una radice storica, e commovente. Questa montagna ha avuto un’identità fortissima, forgiata dal lavoro e dalla miniera, da una cultura del fare che nel dopoguerra rimetteva in piedi ciò che la guerra aveva abbattuto: teneva insieme perché aveva davanti un compito. Ma le identità nate da un mondo produttivo tramontano quando quel mondo tramonta. Chiusa la miniera, è rimasta l’appartenenza senza più il lavoro che la nutriva — e un’appartenenza che non ha più nulla da costruire si ripiega su se stessa, diventa liturgia, forma che sopravvive alla sostanza.
Lo stesso accade all’appartenenza politica, che di quella cultura era la traduzione al potere. Per una lunga stagione bastava essere parte del campo che la montagna aveva sempre espresso. Oggi quel campo non è più egemone, i colori si sono rimescolati, ma il rito è sopravvissuto alla sua ragione e continua a distribuire posti secondo una geografia delle appartenenze che la realtà ha già smentito. Il criterio resta quello della rendita: la sedia arriva perché appartieni, non perché fai. Per chi è dentro è un salvagente — finché appartieni sei garantito comunque, a prescindere dal risultato — ma è lo stesso salvagente che, tenendoti a galla, ti dispensa dal nuotare.
Il rovescio è meno confessabile. Ciò che per chi sta dentro è garanzia, per chi sta fuori è discriminazione: non solo perde la sedia, la subisce, perché gli accordi si stringono dentro il perimetro dell’appartenenza e chi ne è escluso paga un conto che non ha concorso a scrivere. Il tutto sotto una retorica che nega mentre agisce — «non è così», «io non ne so nulla», «guarda che sbagli» — e che, quando negare non basta più, ripiega sull’alibi: anche gli altri fanno lo stesso. È la mossa che chiude il cerchio: trasforma la discriminazione da colpa in regola generale, e chi la nomina diventa l’ingenuo che non conosce il mondo. Ma qui non c’è nessuna vittima da consolare. Chi resta fuori perde la garanzia, non la centralità — perché centralità quella sedia non ne dà più. Il debole non è l’escluso: è chi resta dentro ad amministrare una rendita, aggrappato a un salvagente per non ammettere che non sa nuotare. Non conviene allora contarsi tra chi sta dentro e chi sta fuori: è lo schema ad aver perso peso, e contendersi le posizioni al suo interno è litigare sui mobili di una stanza dove non abita più nessuno.
Le cose che contano, intanto, restano fuori dalla porta. La geotermia su tutte, dove rendita e produzione si scontrano allo scoperto: risorsa e conflitto, salute e reddito, il rapporto tra chi abita il territorio e chi ne sfrutta il sottosuolo. Poi lo spopolamento, la partita esistenziale; la sanità di prossimità, che su una montagna è la differenza tra restare e andarsene; le infrastrutture e la connettività che non isolino chi sta in alto. Nessuna di queste si affronta comune per comune: richiedono che l’Amiata tratti con la Regione e con lo Stato a una voce sola, da posizione di forza invece che elemosinando a spizzichi. Cioè richiedono proprio quella capacità di stare insieme che il rito celebra e la realtà smentisce — perché l’Amiata, come soggetto, non esiste: un versante senese e uno grossetano, comuni divisi tra due province, ciascuno geloso del proprio campanile, e nessun corpo capace di pensarla come un intero.
È il paradosso da cui non usciamo: commemoriamo la prova che un giorno seppe rimettere insieme un territorio diviso, e non ci accorgiamo che la commemorazione è diventata il sintomo della divisione. Onoriamo la memoria del fare comune proprio mentre disimpariamo a fare qualcosa in comune.
La via d’uscita non è un gesto simbolico — un’altra sigla, un ente in più: sarebbe ancora liturgia. È rovesciare le domande. Non chi rappresenta l’Amiata, ma che cosa l’Amiata vuole diventare nei prossimi vent’anni: una riserva di memoria che si svuota, vissuta di rendita da chi resta, o un luogo che torna a darsi un compito e attorno a quello ricostruisce alleanze ed economia, oltre i confini comunali e i colori politici. Perché è il progetto a generare l’unità, non l’unità a precedere il progetto: le comunità non si tengono insieme decidendo di volersi bene, ma avendo qualcosa da fare insieme. L’ordine è questo, e non è invertibile.
Ed è qui che voglio chiudere, perché è da qui che ricomincio. Un progetto per l’Amiata esiste già, nelle cose: governare la geotermia invece di subirla, trattenere chi se ne va tenendo aperti scuole e presìdi, cucire infrastrutture che uniscano i due versanti, costruire un’economia che produca invece di vivere di quel che resta. È un lavoro che non chiede permesso a nessun tavolo e non aspetta inviti: si comincia, e chi ci sta si riconosce nel fare, non nella tessera. La memoria di questa montagna è grande e la rispetto. Ma la si onora costruendo il prossimo capitolo, non rileggendo all’infinito quello vecchio o riproponendo senza fine rendite di posizione.





