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C’è un modo sicuro per capire quando un argomento è debole: chi lo sostiene smette di discutere nel merito e passa alla persona. Sul Monte ci sarebbe molto di serio di cui parlare — del golden power e di quando lo Stato può davvero esercitarlo, dell’oggetto reale di queste operazioni, di che cosa sia in verità la doppia OPS annunciata da Rocca Salimbeni: una difesa o una manovra. Sono i temi su cui scrivo da mesi. Su nessuno si è sentita una parola. In compenso torna, puntuale come un anniversario, il soprannome: «sindaco banchiere». Al posto dell’argomento, l’etichetta.
È una tecnica antica: si appiccica un nome all’avversario per non rispondergli. Il «banchiere» dovrebbe ridurmi a tecnico del denaro, uomo di conti e di sportelli, così non si discute ciò che dico ma come sarei fatto. In quello che dico e scrivo, intanto, ci metto la faccia e il nome sotto ogni riga: chi firma si espone; chi conia soprannomi, di solito, no.
E parto da una cosa che non nascondo, anzi rivendico: anch’io vengo dalla ragioneria. Mi sono diplomato a Roma, non a Siena — ma proprio per questo so riconoscere il valore della tradizione senese, quella dei ragionieri del Bandini, che hanno fatto la storia del Monte: da quei banchi è passata, generazione dopo generazione, la classe dirigente che ha retto la banca più antica del mondo. Non è una minorità, la ragioneria: è una scuola di serietà. Ma un punto di partenza resta tale: da lì ho camminato. Gli studi, gli anni da sindaco, le esperienze — anche dure — mi hanno fatto crescere, mi hanno fatto capire molte cose. È quella crescita che oggi provo a mettere al servizio di chi mi legge. Perché un diploma non è un punto d’arrivo: è la prima riga di un percorso, e conta ciò che uno ne fa.
Ed è qui che le strade si dividono. Chi mi chiama «banchiere» viene anche lui dalla ragioneria — ma quel punto sembra averlo portato solo di poltrona in poltrona: dalle stanze della banca, dove è stato consigliere del Monte e ha presieduto una banca del gruppo, fino al consiglio dell’Opera della Metropolitana, l’ente che custodisce il Duomo e il suo patrimonio museale. Dai numeri alla cattedrale, ma sempre e solo la carica. Come se la finanza e la cultura fossero la stessa materia, e bastasse sedersi per capirle.
Non è così. La cultura si può amministrare — io lo faccio, da assessore — ma a un patto: avere i titoli per farlo, gli studi, una vita spesa a leggerla. Non è la carica che ti qualifica; sei tu che devi qualificare la carica. Si può sedere nel consiglio che veglia sul Duomo e non aver mai davvero inteso che cosa il Duomo dica della città; e si può amministrare la cultura sapendo esattamente di che cosa si parla, perché è il proprio mestiere prima ancora che la propria delega.
Vale per la cultura come per la banca. Perché un’OPA non è mai soltanto una partita di carte: è un fatto culturale. Riguarda la sovranità di un territorio sulla propria banca, la memoria di una comunità, il controllo su ciò che una città è stata e vuole ancora essere. Chi la legge solo come finanza non l’ha capita; e chi crede che la cultura sia una carica da occupare, non l’ha nemmeno sfiorata.
Ma, a ben vedere, tutto questo è superfluo. Poltrone, soprannomi, contabilità di chi è stato dove: è roba di ieri. Rimanda a un modo di fare che Siena lo ha pagato caro — quel piccolo cabotaggio di cariche e di appartenenze da cui qualcuno non si vuole staccare, perché è l’unico orizzonte che conosce, e perché fuori da lì, sul merito, non avrebbe più niente da dire. Io da quella stagione mi sono staccato, e non ho intenzione di tornarci per rincorrere un’etichetta. Ma che tristezza!
Perché la posta, oggi, è un’altra e ben più grande: che ne sarà del Monte, di chi lo controlla, di cosa resterà alla città. Su questo sono pronto al confronto quando si vuole, con chiunque, col mio nome in fondo a ogni riga: sul golden power e su quando è esercitabile davvero, sull’oggetto reale di queste operazioni, sul nome e sulla sostanza delle cose.
Il resto è un soprannome. E i soprannomi, si sa, dicono sempre più di chi li affibbia che di chi li porta.





