
Il Drappellone, la difesa di Axente e quel legame londinese che porta a Cristiano Leone
21 Agosto 2026Lo scudo è per febbraio, la spada cade a dicembre
di Pierluigi Piccini
Cominciamo dalla sola cosa che conti: tenere separato ciò che l’operazione dice di essere da ciò che è. Il comunicato dice «campione nazionale», «marchi iconici», «radici territoriali», «famiglie». Sono parole. La cosa è una sola: il Monte, che da giugno è preda di Intesa, ha lanciato due offerte per non lasciarsi mangiare intero. Non cresce: si difende. E lo fa con un board diviso — approvazione a maggioranza, quattro astensioni secondo le ricostruzioni: quando un consiglio si spacca così, non ha varato un progetto, ha ingoiato un rospo.
Il meccanismo tradisce tutto. Le due offerte sono carta pura, non un euro di contanti. A Banco BPM il Monte offre il prezzo di mercato e nessun premio: cioè niente. A Banca Generali offre un premio del 10 per cento pagato però in azioni MPS, che valgono tanto solo perché MPS è sotto assedio. È un premio fatto con la moneta dell’assedio da cui dovrebbe proteggere. Il serpente che si morde la coda, e se ne vanta.
Il vero cuore difensivo è altrove: i tre miliardi in azioni Generali distribuiti ai soci. Quelle azioni sono parte del tesoro che il Monte si è portato in casa con Mediobanca. Comprando MPS, Intesa metterebbe le mani anche su quello. Ma attenzione a non gonfiare la mossa: i tre miliardi valgono circa il 4,5 per cento di Generali, mentre il Monte, tramite Mediobanca, ne detiene quasi il 13. Ne stacca poco più di un terzo; il grosso, e Piazzetta Cuccia con tutto ciò che vale, resta dentro. Non è un’evacuazione, è un assaggio negato: abbastanza per complicare il boccone a Intesa, non abbastanza da mettersi al sicuro. Il resto — il miliardo cash, il dividendo da quattro miliardi — è l’esca perché i soci restino e votino sì.
La Borsa ha già emesso il verdetto, e l’ha fatto al contrario delle regole. Di norma chi lancia scende e il bersaglio sale. Qui MPS tiene, e scendono i bersagli: Banca Generali arriva a cedere oltre tre punti. Traduzione: il mercato non ci crede. Non prezza un’operazione che si farà, prezza una difesa che quasi certamente non arriverà in porto.
E non arriverà per due porte chiuse a chiave. Banco BPM è del Crédit Agricole per quasi il 30 per cento, e i francesi hanno risposto col gelo, preferendo semmai fondere il Banco con la propria controllata italiana. Banca Generali è di Generali al 50,1: si compra una figlia solo col permesso della madre. Senza questi due sì, la soglia del 50 più uno non si tocca. Offrire carta a chi comanda non è un’offerta, è la richiesta di trattare — e chi tratta ha già perso l’iniziativa.
Sopra tutto, la mano del governo, che sul risparmio tiene il golden power e non fa l’arbitro: gioca. È la stessa mano che poco più di un anno fa fermò Unicredit sul Banco. Oggi guarda con favore a Lovaglio, perché gli serve tenere il Monte a Siena. Ma un favore politico non è un’adesione, e non vota il 29 ottobre.
E qui arriviamo al punto che demolisce tutto: il cronometro. Guardate le date, non le parole.
Intesa apre il suo periodo di adesione tra fine settembre e dicembre, quindici-quaranta giorni in cui gli azionisti del Monte, uno per uno, decidono se consegnare le proprie azioni e incassare il premio più l’euro in contanti. Le autorizzazioni sono attese entro dicembre. La partita di Intesa, insomma, si chiude entro l’anno.
La difesa del Monte, invece? L’assemblea che deve autorizzarla è il 29 ottobre — cioè quando la finestra di Intesa è già aperta. Il periodo di adesione alle offerte senesi comincia a dicembre e finisce a metà febbraio 2027. E lo svuotamento, il regalo delle azioni Generali, va regolato appena prima del pagamento delle offerte, e scatta solo se quelle offerte vanno in porto: febbraio 2027.
Rileggetelo lentamente, perché è tutto lì. Lo scudo è programmato per febbraio. La spada cade a dicembre. Il veleno che dovrebbe togliere a Intesa il boccone Generali sta in una fiala che si apre dopo che il pranzo è stato consumato. Se Intesa chiude la sua adesione entro l’anno, prende MPS col tesoro intatto — la distribuzione, condizionata alle offerte senesi, non è mai scattata — e le offerte su BPM e Banca Generali diventano carta straccia di un compratore che nel frattempo è stato comprato.
Il 29 ottobre, allora, ai soci senesi non si chiede di scegliere fra una preda e un campione. Si chiede una cosa più cruda: rinunciare oggi al premio concreto di Intesa in cambio della promessa, datata febbraio, di una banca che per allora potrebbe non esistere più come soggetto autonomo — promessa appesa al sì di due grandi azionisti riluttanti, l’uno francese e l’altra padrona nella propria figlia, e al benvolere di un governo. Il nome dice campione nazionale. Il cronometro dice che la difesa arriva in ritardo sulla propria battaglia.





