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Pierluigi Piccini
Conviene dirlo subito, perché è la cosa che meno si legge in questi giorni: sulla carta, Intesa Sanpaolo è messa benissimo. Ha un’offerta semplice, con dentro la cassa; ha la disciplina finanziaria dalla sua; ha un progetto lineare a fronte di un avversario che, per difendersi, ha impilato tre operazioni una sull’altra — la doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali, la fusione già deliberata con Mediobanca, la supercedola da quattro miliardi. Un piano che un ex vigilante della Bce ha commentato dicendo che, per portarlo a casa, servirebbe Tom Cruise; e che il Financial Times ha liquidato osservando che a Siena si pensa che tre acquisizioni siano meglio di una. Il rischio di esecuzione, il vero convitato di pietra di ogni scalata, siede tutto dalla parte del Monte, non di Ca’ de Sass. E il mercato lo conferma: il giorno dell’annuncio i titoli coinvolti nella contromossa sono andati in rosso, mentre l’offerta di Intesa continua a trattare a premio. Gli investitori, per ora, non credono al progetto senese e continuano a prezzare il successo di Messina.
Eppure, a guardare la mossa di questi giorni, sembra che sia Intesa a essere in difficoltà. Perché alla contromossa senese non ha risposto sul prezzo — il rilancio resta escluso, il premio già riconosciuto difeso come un muro invalicabile — e non ha risposto sul progetto industriale. Ha risposto convocando gli avvocati. I legali del gruppo studiano un esposto alla Consob, a tutela — così si dice — dell’integrità del mercato e della corretta informazione agli azionisti; il grimaldello è la regola di passività che vincola il consiglio del Monte da quando è diventato bersaglio dell’offerta. Tradotto: Intesa non sostiene, per ora, che la contromossa sia sbagliata. Sostiene che sia irregolare. Sposta la contesa dal merito al metodo, dal valore dell’operazione al nome che le si può appiccicare — atto lecito o mossa proibita.
È il gesto di chi ha perso l’iniziativa. E l’argomento, per giunta, è fragile: il consiglio di Rocca Salimbeni la regola di passività non l’ha aggirata, l’ha rispettata, concentrando ogni delibera nell’assemblea straordinaria del 29 ottobre, dove saranno i soci — non gli amministratori — a scegliere. L’esposto, allora, non serve a vincere. Serve a logorare: iniettare incertezza nel titolo, spaventare gli indecisi con lo spettro dell’operazione “irregolare”, guadagnare le settimane che mancano alla propria assemblea. È un’arma di attrito, non di sfondamento. E un’arma di attrito è ciò a cui ricorre chi non ha più l’arma decisiva.
Ma qui bisogna resistere alla conclusione facile. Che Intesa abbia smesso di attaccare non significa che abbia smesso di poter vincere. Le carte le restano, e non sono poche. La prima è proprio il rilancio che oggi esclude: un “no” da posizione di forza, non una carta bruciata. Ha messo cassa nell’offerta apposta per scoraggiare chi si fa avanti; se aggiungesse qualche decimale al concambio, la doppia Ops di Lovaglio — che vive di promesse future e di sinergie da dimostrare — perderebbe di colpo il suo unico vantaggio concreto, la supercedola. Il rilancio è una carta coperta, che si scopre quando conviene.
La seconda è il tempo, e gioca per lei. L’assemblea di Intesa cade il 10 settembre, quella del Monte il 29 ottobre: sette settimane in cui Ca’ de Sass può mettere in cassaforte il proprio aumento di capitale — armarsi — mentre Siena deve ancora convincere i soci e attendere le autorizzazioni. Intesa arriva armata all’appuntamento decisivo; Lovaglio arriva a chiedere il permesso. La terza è l’aritmetica altrui: a Intesa non serve vincere un voto, le basta che l’avversario ne perda uno. Nessun blocco senese è autosufficiente, Delfin e Caltagirone stanno su fronti opposti da aprile, quattro consiglieri si sono già astenuti in sede di delibera. Costruire una maggioranza dei due terzi è difficile; impedire che si formi è molto più facile. La quarta è la fragilità intrinseca del piano avversario, e qui Intesa deve solo aspettare: la contromossa dipende da due sì che Siena non controlla — quello di Generali, che possiede più della metà di Banca Generali, e quello di Crédit Agricole, primo socio di Bpm, già snobbato una volta. Se anche uno solo dei due dice no, il castello a tre piani crolla da sé.
Sommate queste carte, il ritratto si capovolge: non è la banca più debole del tavolo, è la più forte. Ha i conti migliori, il tempo dalla sua, il mercato che le dà ragione e un avversario costretto a un triplo salto mortale. E allora la domanda vera non è se Intesa possa vincere. È perché, pur avendo le carte migliori, potrebbe perdere lo stesso.
La risposta sta sul solo fronte che non si compra e non si aspetta: quello politico. Un anno fa il governo brandiva il golden power contro UniCredit, e il ministro dell’Economia ha tenuto a precisare che quello strumento “vale anche tra banca italiana e banca italiana”. Sembrava una formula tecnica; era un avvertimento. Perché oggi le ricostruzioni raccontano un esecutivo che guarda con favore al piano di Lovaglio, e immaginano un riassetto in cui a Intesa toccherebbe soltanto la quota che il Monte detiene in Generali, lasciando a Siena la strada verso Bpm e Banca Generali. Il Tesoro ripete la parola “neutralità”, ma la neutralità, quando la si deve ripetere, ha già smesso di esistere. Lo stesso strumento che dodici mesi fa serviva a fermare una scalata potrebbe ora servire a proteggerne un’altra. La sovranità sui flussi del risparmio non è un principio: è una leva, e la leva si punta dove serve. Contro il golden power non c’è rilancio che tenga, contro un governo che sceglie non basta avere l’offerta migliore.
Ecco perché la banca più solida del tavolo è quella più esposta. Non ha sbagliato i conti; ha sbagliato campo. Ha portato la disciplina finanziaria in una partita che si gioca sul potere, e la disciplina, sul terreno del potere, non si difende: si subisce. Le carte che ha in mano sono le migliori, ma sono carte da un gioco che è appena stato cambiato mentre lei era ancora seduta al tavolo di prima.
Resta il nodo che dà a tutta la vicenda il suo senso vero, e che nessuno dei contendenti pronuncia ad alta voce. Questa non è una guerra per Siena. La città, come città, non compare mai — non nei comunicati, non nelle conference call, non nei calcoli sui due terzi da raggiungere in assemblea. L’oggetto conteso è Generali. Con la fusione, il Monte eredita la storica partecipazione di Mediobanca nel Leone: una parte finisce nella supercedola ai soci, il resto — quasi il nove per cento — resta nel perimetro del nuovo gruppo e ridisegna gli equilibri di Trieste a vantaggio di chi già li controlla. La doppia offerta senese, dietro il paravento della banca specializzata nella consulenza, è un modo per mettere le mani sulla più grande cassaforte del risparmio e del debito pubblico italiano. Intesa lo sa: non compra il Monte per gli sportelli toscani, lo compra per quella posizione. Ed è per quella posizione che ha già acquistato, in silenzio, una piccola quota del Leone coperta da derivati, per non farsi bloccare come nel 2015.
Il paradosso allora si rovescia un’ultima volta. Il nome più prezioso della partita — “Monte dei Paschi di Siena”, il più antico del mondo, la banca di una città e di una storia — non è il premio della contesa. È il grimaldello. Nessuno lo vuole per quello che è; tutti lo vogliono per quello che apre. E mentre a Milano, a Trieste e a Roma ci si contende la chiave, di Siena — della città reale, dei suoi lavoratori, del territorio a cui quel nome apparteneva — non parla più nessuno. Il nome è dappertutto. La cosa che nominava è sparita dal tavolo.
Chi vincerà, oggi, non si sa. Lo diranno due o tre persone, il 29 ottobre, e il loro silenzio pesa più di ogni esposto. Ma una cosa la si può già dire, ed è la più scomoda: la banca più forte può essere battuta non dal mercato, ma dallo Stato. Intesa ha in mano le carte migliori del tavolo. Rischia di perdere lo stesso — perché la partita, quella vera, si gioca dove le carte non si mostrano.





