
Al ministro, e poi alla stampa
27 Agosto 2026
La montagna della memoria e la montagna del progetto
27 Agosto 2026Novant’anni dopo l’«appello ai fratelli in camicia nera», l’errore che continua a tornare
di Pierluigi Piccini
C’è un dettaglio che vale l’intero episodio, ed è la formula d’apertura. Prima ancora di decidere che cosa dire, i dirigenti comunisti si arrovellano su come chiamare i destinatari. Compagni no, perché non lo sono. Camerati nemmeno, suonerebbe come una resa. Resta «fratelli»: la parola di famiglia, quella che presuppone un’appartenenza comune al di sotto della politica. In quella scelta lessicale è già racchiuso tutto: l’idea che sotto la camicia nera ci sia un fondo condiviso da riattivare, un italiano prima del fascista, un lavoratore prima del militante. È una scommessa sull’antropologia travestita da tattica. Ed è lì che si annida l’errore.
Nell’agosto del 1936, da Mosca, Togliatti affida a «Lo Stato Operaio» la mano tesa: fare propri i punti del programma sansepolcrista del 1919 — la terra, le otto ore, la difesa dei lavoratori — e rovesciarli contro chi quel programma avrebbe tradito, i «pescecani», l’oligarchia agraria e finanziaria. L’obiettivo è infiltrare il malcontento operaio inquadrato nel sindacalismo di regime e far esplodere, dall’interno, le contraddizioni del fascismo, sfruttandone la base «onesta». Persino l’ordinamento corporativo diventa, in questa lettura, una macchina da mandare in torsione pretendendone la piena attuazione.
Il vizio sta nel presupposto. Si può rimproverare a un movimento l’incoerenza col proprio programma soltanto se l’adesione a quel movimento passa per il programma. Ma l’adesione fascista non era una fornitura di beni da consegnare: era un legame di appartenenza e di mito. Lo dimostra, meglio di qualunque analisi, l’osservazione di Paolo Spriano — nell’appello non compare un solo attacco a Mussolini. Non poteva comparire. Il fascista «di sinistra» a cui ci si rivolge può discutere di terra e di orari, non del despota, che è il punto d’identificazione, non una clausola rinegoziabile. Offrirgli una versione migliore del programma significa parlargli nella lingua sbagliata: gli si porge come motore ciò che per lui è, al più, contorno. È il tratto che molte culture politiche, dentro e fuori l’Europa, conoscono da sempre: la comunità viene prima del contratto, il riconoscimento prima dello scambio. Un’appartenenza non si tratta come una compravendita.
Dietro l’operazione c’è poi una fiducia più antica, quasi una fede: che la storia lavori per te, che il nemico porti in sé l’antidoto e basti attivarlo. Ma una contraddizione non è una leva. Può essere reale — il fascismo ne traboccava — e tuttavia non essere tua da tirare. Si riapre sui propri tempi, dall’interno del mondo che la ospita, non a comando di chi la osserva da fuori con la certezza di conoscerne il meccanismo. Scambiare la diagnosi per lo strumento è la tentazione ricorrente di una certa intelligenza politica: capisce che qualcosa scricchiola e ne deduce, sbagliando, di poterlo azionare.
E c’è il prezzo, che è morale prima che tattico. Riconoscere «buono» il manifesto del 1919, sia pure per astuzia, significava legittimare la genesi stessa del regime, e insieme voltare le spalle a chi il fascismo lo aveva combattuto e pagato: i morti — Matteotti, Gobetti, don Minzoni —, gli esuli, i confinati, quelli che in quelle stesse settimane sarebbero andati a battersi in Spagna dall’altra parte della barricata. Non stupisce che dopo sia calato il silenzio, e che gli storici abbiano preferito il cenno rapido. Un’astuzia che si vergogna di sé è già una sconfitta.
L’appello, infine, cadde nel vuoto anche per una ragione elementare: arrivava tardi. Il 1936 è l’anno del trionfo, non della crepa — l’Etiopia, l’illusione imperiale, la guerra di Spagna. La mano si tende quando ci si crede vincitori, non quando si è tentati di cambiare campo.
Novant’anni non hanno esaurito la tentazione. Torna ogni volta che una forza politica, vistasi sfilare un pezzo di popolo, prova a riprenderselo adottandone la grammatica: parlare all’«onesta base» scavalcando i capi, prendere in prestito le parole dell’avversario per svuotarle da dentro. Il risultato è quasi sempre lo stesso. Non si dissolvono le contraddizioni altrui: se ne ratificano le premesse. Chi insegue il vincitore imitandone il mito non lo divide, lo conferma — e per giunta smarrisce lungo la strada la propria fisionomia. Perché l’appartenenza non si rinegozia come un capitolato, e l’identità che si cede per calcolo non torna al mittente.
L’«appello ai fratelli in camicia nera» resta, in fondo, una lezione sui limiti dell’astuzia. Insegna che si può avere ragione sulla contraddizione del nemico e sbagliare tutto nel modo di usarla; che tra capire un mondo e crederlo manovrabile corre la stessa distanza che separa la politica dall’illusione.





