
Behind the Gardens, Behind the Wall, Under the Tree…
5 Settembre 2026
Un museo di annunci. Il Santa Maria della Scala in cerca di una politica culturale
5 Settembre 2026Pierluigi Piccini
Nessuno mette in discussione la statura di Beuys. La domanda vera non riguarda lui, riguarda l’operazione che porta il suo nome dentro le mura del Santa Maria della Scala. E lì il “che c’entra” ha più di una risposta.
La prima è la più semplice. Beuys con Siena non ha alcun rapporto organico. Il legame è biografico e in fondo casuale: un curatore nato altrove e cresciuto a Siena, un archivio disponibile che da anni fa viaggiare le stesse opere di sede in sede. È un pacchetto che circola, e che sul Santa Maria si posa come si sarebbe posato altrove. Prestigio importato, più che qualcosa che nasce dal luogo e ne interroga la storia. Chi diffida di queste inaugurazioni ha, da questo lato, ragione da vendere.
Ma c’è una seconda risposta, più impietosa proprio perché un aggancio autentico ci sarebbe, e fortissimo. Il Santa Maria della Scala è per mille anni una macchina della cura: ricovero, accoglienza, custodia di chi era stato lasciato indietro. Il Beuys degli ultimi anni è, letteralmente, un artista della cura: gli alberi piantati, l’olio e il vino, la difesa della natura intesa non come tema ambientale ma come modo di prendersi carico del mondo. Un edificio che è cura antica che ospita un uomo che aveva fatto della cura la forma stessa dell’arte. Il ponte esiste. Il problema è che nessuno lo costruisce: lo si enuncia in didascalia e ci si ferma. La pertinenza resta allo stato potenziale, mentre sarebbe bastata a trasformare una mostra di passaggio in un pensiero che appartiene solo a questo posto.
E poi il nodo più serio, quello che il titolo tradisce senza accorgersene. Remember. Beuys era il programma anti-museo per eccellenza. La sua arte non produceva oggetti da conservare ma energia capace di modificare la società adesso, attraverso ciascuno. La scultura sociale non è una cosa che si appende: è un gesto che continua in chi lo raccoglie. Ridurre tutto questo a un archivio fotografico di azioni — per quanto intense le immagini di Durini — dentro un contenitore monumentale significa fare esattamente ciò contro cui quell’uomo aveva lavorato una vita: musealizzare l’iconoclasta, convertire la forza in reliquia. Si “ricorda” qualcuno che non chiedeva di essere ricordato, ma proseguito. E la commemorazione, su un pensiero così, ne è il rovescio.
La questione esce allora dai confini di una singola esposizione e tocca un automatismo diffuso. Custodire e trasmettere non sono la stessa cosa: spesso si escludono. Una tradizione viva è quella che si rimette in gioco, che accetta di essere piegata dal presente, fraintesa e rilanciata; una tradizione conservata è già mezza morta, imbalsamata nel rispetto. Molte culture che non hanno costruito musei lo sanno da sempre: di un antenato conta non il ritratto ma il gesto che si ripete, il mestiere che passa di mano. Il valore non sta nell’oggetto ma nella catena dei viventi che lo tengono in circolo. Beuys apparteneva a questa famiglia di pensieri. Chiedeva mani, non teche.
Ecco perché la domanda giusta non è che c’entra Beuys con Siena. È che c’entra questo modo di trattarlo con un luogo che avrebbe potuto dirgli qualcosa di vero. Il Santa Maria della Scala aveva gli strumenti per non fargli una mostra ma per fargli una domanda: cosa vuol dire, oggi, in una città che ha inventato l’accoglienza secoli prima che diventasse parola d’ordine, prendersi cura del mondo con la creatività invece che con l’assistenza. Sarebbe stata una mostra irripetibile, e sua fino in fondo. Invece se lo tiene accanto senza interrogarlo, illustre e muto, come un ospite di riguardo che non si osa disturbare.
Il rispetto per Beuys non si misura dal numero delle gigantografie appese. Si misura dal coraggio di non ricordarlo. Di continuarlo.





