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di Pierluigi Piccini
Da quando la Fondazione Antico Ospedale è guidata da Cristiano Leone alla presidenza e da Chiara Valdambrini alla direzione — quest’ultima appena confermata per un secondo triennio — il Santa Maria della Scala ha prodotto molto materiale: comunicati, cataloghi di intenzioni, conferenze stampa. Nel biennio di riferimento continua però a mancare la cosa più semplice da chiedere a un’istituzione culturale: qual è la proposta. Non l’agenda, non il calendario. La tesi che tiene insieme le scelte e le rende riconoscibili.
Il bilancio ufficiale è costruito sui numeri, ed è giusto misurarlo sul terreno scelto dagli stessi vertici. Nel biennio 2024-2025 la Fondazione rivendica ventitré mostre, oltre cento eventi pubblici, più di cinquecento attività educative, centoquarantadue convegni, cinquantacinque partenariati, compresa una collaborazione con la Frick Collection. A fronte di un contributo comunale di trecentocinquantamila euro l’anno, si dichiarano quasi due milioni movimentati in due anni tra cofinanziamenti, bigliettazione e un contributo straordinario del Ministero superiore al milione. Presi come totale, disegnano un’istituzione operosa.
Ma un bilancio serio si legge nella composizione. I convegni conteggiati sono in larga parte iniziative “ospitate” — così le definisce la stessa Fondazione — e un convegno ospitato non è, di per sé, programmazione culturale: è una sala che accoglie l’attività di altri. Le attività educative sono un dato di servizio, meritorio, che non definisce l’identità di un museo. E le mostre — il cuore di ciò per cui il Santa Maria esiste — hanno conosciuto, con qualche eccezione, proposte di modesto richiamo: nella fase di inizio 2025 la cronaca ha registrato esposizioni fotografiche prorogate per riempire i mesi. Non è un caso: il margine realmente disponibile per la programmazione, ammesso dagli stessi vertici, oscilla tra i settanta e i centomila euro l’anno. Con quelle cifre non si costruisce una politica espositiva di rango nazionale, e infatti non la si è vista. Il totale, allora, non misura una visione: misura la capacità di occupare un calendario.
L’emblema di questa impostazione è il Masterplan. Dovrebbe orientare la rifunzionalizzazione del complesso nei prossimi decenni, affidato a tre studi internazionali e coordinato da un architetto di nome. Attorno ad esso si è costruita perfino una mostra — un’esposizione sul progetto, cioè l’annuncio che diventa contenuto — e ora un ciclo di visite guidate nel cantiere, i diciottomila metri quadri ancora da recuperare, aperti al pubblico a pagamento. Qui il meccanismo si vede a occhio nudo: il non-ancora-fatto viene trasformato nell’attrazione, la promessa venduta come se fosse l’opera. È un rovesciamento del rapporto naturale tra un’istituzione e la sua città. Un museo non vive di rilanci, vive di ciò che apre e rende stabilmente fruibile; qui invece la trasformazione non è un cantiere che consegna risultati, ma una narrazione che si autoalimenta, dove ogni fase serve ad annunciare la successiva e la “nuova era” è sempre quella che deve ancora cominciare.
A rendere incerta la rotta si aggiungono alcuni segnali di governo. Lo statuto è stato rifatto uscendo dal Terzo settore, con la motivazione dichiarata di agevolare la raccolta di fondi: scelta legittima, che però conferma quanto il problema delle risorse resti strutturale e irrisolto. Il comitato scientifico, organo che dovrebbe dare spessore alle decisioni, è stato ripetutamente annunciato come imminente ma non ancora insediato. E lo stesso presidente ha confermato di concorrere alla direzione di altri musei, descrivendo il proprio lavoro come una visione destinata a durare anche senza chi l’ha costruita: formula che si vorrebbe nobile e che invece tradisce la provvisorietà di un impianto in cui il futuro è sempre altrove, e altrove guarda perfino chi dovrebbe custodirlo.
Il punto non è contestare la buona fede né l’attivismo. È che un museo non è un contenitore di eventi e la cultura non è la somma delle voci a calendario. Il Santa Maria della Scala ha bisogno di dire che cosa vuole raccontare: di sé, della città che l’ha generato, del patrimonio che custodisce — dagli affreschi del Pellegrinaio alla vicenda dello Spedale come grande modello europeo di accoglienza. È lì la materia di una proposta forte, e proprio lì si è vista soprattutto comunicazione. Quando la comunicazione prende il posto della politica culturale, invece di limitarsi a raccontarla, ne segnala l’assenza.
Questo pezzo non chiede meno ambizione: ne chiede una diversa. Meno annunci sul domani e più realizzazioni verificabili oggi; il museo radicato nella città prima che nella rassegna stampa; un percorso di visita finalmente leggibile, dopo anni in cui se ne denuncia l’illeggibilità. Il Santa Maria della Scala non ha bisogno dell’ennesima “nuova era”. Ha bisogno che qualcuna delle molte cose promesse diventi, semplicemente, una cosa fatta. È su questo — non sui totali di un comunicato — che andrà misurato il prossimo triennio.





