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L’intervista alla segretaria dell’Unione comunale del Pd poggia su una promessa: partire dalla realtà, non dalle formule astratte, per cambiarla. È una buona bussola. Il guaio è che il testo fa l’opposto — dichiara la concretezza e pratica l’astrazione.
Di quale agricoltura si parla? Quali colture, quali filiere, quali istanze, portate da chi? Non lo sappiamo. Sappiamo che si sono “messe in relazione esperienze” e “approfonditi temi”: ma questi non sono temi, sono le intestazioni sotto cui i temi andrebbero collocati. È come annunciare di aver riempito la dispensa elencando i nomi degli scaffali.
Il resto è lessico che si commenta da solo: competenze, metodo, capacità di proposta. Contenitori così ampi che nessuno potrebbe dirsi contrario — e proprio questa impossibilità del dissenso è il sintomo. La politica comincia dove si sceglie, cioè dove si esclude una priorità a favore di un’altra. Qui non si esclude niente, e per questo non si decide niente.
Resta la parola su cui tutto poggia: alternativa. A che cosa? Rifiutando di descrivere tanto l’avversario quanto sé stessa, si riduce alla forma vuota dell’opposizione: il gesto di chi vuole il posto di comando senza dichiarare cosa ne farebbe. Come tattica interna si capisce; ma è la cronaca di un riposizionamento di partito, non una proposta per la città.
Se davvero da quell’esperienza nasce qualcosa, il compito ora non è ripetere che nascerà: è dire cosa è nato. Un nome, un numero, un impegno verificabile. Una sola affermazione che qualcuno, in buona fede, potrebbe contestare. Finché non arriva, la realtà da cui si dice di partire resta la grande assente del discorso che la invoca.





