
Serate da tutto esaurito per il Fonti Jazz Festival di Piancastagnaio
9 Settembre 2026
La destra tedesca cresce nel vuoto che il centro ha lasciato
10 Settembre 2026
C’è un partito che ammette di aver perso la sua gente e, nello stesso giorno, una classe politica intera che si accapiglia sui decimali di una soglia. Non è una coincidenza. È il ritratto di una politica che ha smesso di porsi la sola domanda che conti: per chi si governa.
Prendiamo la Lega. Il duello tra il segretario e i governatori del Nord viene raccontato come una questione di linea — sovranismo contro autonomia, Roma contro il territorio. È una descrizione comoda e falsa. Perché la partita vera, quella che si gioca a porte chiuse, non è sulle idee ma sulle liste. Chi mette i nomi. Chi tiene la penna. Le vicesegreterie da moltiplicare o da negare. Il resto — il popolo che «non ci segue più» — è lo sfondo di cui si parla al microfono e che non si convoca mai al tavolo. Sul fianco destro un transfuga erode consenso; alle spalle riaffiora il fantasma delle origini, un vecchio nome tenuto in vita per ragioni più contabili che politiche. E il pratone di Pontida, un tempo liturgia di popolo, si prepara a fare da scenografia a una tregua interna. Il partito che si vantava di essere un territorio adesso litiga su chi lo rappresenterà. Ha scambiato il mandato con la spartizione.
Nella stessa ora, a poche centinaia di metri, si consuma l’altra faccia della medesima moneta. La riforma elettorale. Si archivia il ballottaggio, si tiene ferma la soglia del premio, si contratta il quoziente che decide se un partitino conta oppure si azzera. Quarantadue o quarantuno: su questo si combatte, come se lì stesse il destino della Repubblica. E affiora il dettaglio più rivelatore: maggioranza e opposizione che, sulle preferenze, si scoprono d’accordo. Il Pd che invita il primo partito di governo a essere «coerente» e a votare una proposta che era sua. Lo strano dialogo tra chi dovrebbe combattersi. Non è trasformismo. È qualcosa di più profondo: il riconoscersi reciproco di chi abita lo stesso mestiere. Sotto la lite, l’intesa. Sotto l’intesa, un solo interesse: costruire il congegno che garantisce — comunque vadano le urne — la sopravvivenza di chi il congegno lo maneggia.
Ed è qui che la cronaca finisce e comincia la questione. Perché le due storie dicono la stessa cosa. La rappresentanza è stata rovesciata. Doveva essere il modo in cui una comunità si dà una forma, si riconosce, decide di sé. È diventata una tecnica per catturare seggi. Il popolo non è più il soggetto che conferisce il mandato: è un’evocazione, un totem citato in campagna e mai interrogato nel governo. Si è invertito il senso della delega. Non è più il basso che manda in alto un incarico; è l’alto che si costruisce le regole per non dover più scendere. Una macchina che gira, perfetta, a vuoto. Produce maggioranze, cariche, equilibri interni. Non produce più risposte. Il carovita, il lavoro, la casa — i «bisogni della gente» che perfino un sindaco leghista torna a invocare — restano fuori dalla stanza. Non perché manchi il tempo. Perché non sono la domanda. La domanda, dentro la stanza, è sempre e soltanto una: come restare.
Non stupisce, allora, che la gente non segua più. Si segue chi ci guarda. E da tempo, in quella stanza, nessuno guarda fuori. Il giorno in cui la politica tornerà a chiedersi per chi governa, e non solo come vincere, avrà di nuovo qualcuno da rappresentare. Fino ad allora sentiremo soltanto il rumore del meccanismo. E, dietro, il silenzio della casa vuota.





