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Al Forum Teha di Cernobbio, nel panel “Il progetto europeo tra integrazione e sovranità”, Mario Monti e Roberto Vannacci si sono confrontati per circa un’ora. Vannacci ha letto un intervento preparato: ha chiesto di abolire il Green Deal, ha attaccato l’eccesso di regole europee, ha detto che serve non “ReArm Europe” ma “Reborn Europe” e che l’unanimità nel Consiglio Ue non è un difetto ma una garanzia. Monti ha risposto punto per punto e ha alzato il tono nel finale: ha sostenuto che il programma di Futuro Nazionale viola in più punti la Costituzione e la Carta dei diritti dell’Unione, e ha detto che continuerà a combattere, nonostante l’età, quella che ha chiamato la ricostruzione della retorica del fascismo. Vannacci ha replicato definendo l’accusa “fantasiosa e ridicola” e ha ricordato che la Costituzione è già stata modificata più volte.
Vale la pena distinguere i piani, perché l’accusa di Monti è più precisa di come è stata raccontata. Monti non ha detto che Vannacci vuole rifondare il Partito fascista: ha detto che vede riaffiorare un modo di ragionare. È una differenza concreta. Il primo caso è un reato, e infatti se ne occupa la magistratura; il secondo è un problema politico e culturale. Riguarda tre idee ricorrenti negli interventi dell’ex generale: che l’Italia sia sempre vittima di qualcuno, che contino più le radici e l’identità delle competenze e dei risultati, e che le regole e la Costituzione siano ostacoli da aggirare quando frenano la volontà del capo. Sono posizioni legittime da discutere, ma sono anche il punto su cui una democrazia si logora dall’interno: non abolendo le libertà, ma svuotandole di peso.
C’è poi un dato che conviene dire senza giri di parole: nel merito, le tesi di Vannacci non sono nuove. L’abolizione del Green Deal, la difesa dell’industria contro Bruxelles, il primato dell’identità nazionale sono gli stessi argomenti che quattro anni fa hanno portato la destra al governo. L’unica vera differenza è la posizione su Russia e Ucraina, e non è una differenza secondaria. Per questo Nordio ha parlato di programma “estremista” e ha aggiunto che la strategia di Vannacci punterebbe a indebolire il centrodestra; per questo Schlein l’ha attaccato con il riferimento a Dongo, Bersani l’ha liquidato come “peperoncino in più”, e persino Edi Rama e altri ospiti stranieri hanno preso le distanze.
Attenzione, però, a scambiare l’isolamento per una soluzione. Circondare un avversario di condanne, se ci si ferma lì, produce l’effetto opposto: gli regala il ruolo della vittima che dice di rappresentare. E i numeri contano: Futuro Nazionale è al 7,5% e cresce, mentre Fratelli d’Italia resta primo al 26,8%. Il 7,5% non decide nulla da solo, ma dice che una parte di elettori quella domanda la pone, e che le classi dirigenti riunite a Villa d’Este non hanno ancora una risposta convincente.
La risposta seria è arrivata da altri interventi, meno rumorosi. Antonio Costa ha difeso le istituzioni comunitarie e l’allargamento a Ucraina, Moldavia e Balcani come strumento di pace e sicurezza. Mattarella, da Trento, ha ricordato che i confini non sono muri per contenere ma punti d’incontro. Sono affermazioni concrete, non slogan: indicano cosa fare, non solo contro chi schierarsi. Il confronto di Cernobbio si vince così — con proposte verificabili su energia, industria, difesa comune e diritti — non con la battuta che fa applaudire la sala. Chi si limita a indignarsi lascia il campo a chi urla meglio.





