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14 Settembre 2026Il valore che non c’è: le offerte del Monte su Bpm e Generali tornano “a sconto” se si toglie l’effetto Intesa
di pierluigi piccini
C’è una data che, più di ogni comunicato, racconta la vera natura della partita che si gioca intorno a Rocca Salimbeni: il 5 giugno, ultimo giorno di Borsa prima che Intesa Sanpaolo annunciasse la propria offerta sul Monte. È a quel giorno che la Consob ha chiesto di tornare, e il ritorno ha prodotto una fotografia che ribalta il racconto ufficiale. Rispetto a quei valori, l’offerta di Mps su Banco Bpm risulta a sconto dell’8,1 per cento, quella su Banca Generali del 3,2; allargando lo sguardo ai prezzi medi ponderati a uno, tre, sei e dodici mesi, lo sconto su Bpm oscilla tra il 5,7 e il 10,4 per cento, quello su Generali tra l’1,6 e il 7,9. Prima che entrasse in scena Intesa, insomma, le due offerte del Monte non riconoscevano alcun premio a chi avrebbe dovuto accettarle: riconoscevano un prelievo.
Come si è arrivati, allora, a presentare quelle stesse operazioni come vantaggiose? La risposta è il cuore della vicenda. Le due Ops sono costruite in azioni Mps: è con i propri titoli che Siena paga gli azionisti di Bpm e di Generali. Ma il valore di quei titoli non è più quello di prima. L’Opas di Intesa, offrendo un premio del 12,5 per cento sulle quotazioni del Monte, ha spinto al rialzo l’azione senese, e poiché quell’azione è la moneta con cui Siena compra, il rialzo ha trasformato in premio ciò che alla nascita era sconto. Prendendo a riferimento l’ultimo prezzo disponibile, quello dell’11 settembre, ecco comparire il premio: 3,4 per cento su Bpm, addirittura 12,8 su Generali. Il paradosso è tutto qui. Il valore che rende appetibile la difesa del Monte non è prodotto dal Monte, ma dall’assalitore. È Intesa che, muovendo su Siena, ha gonfiato la moneta con cui Siena tenta di comprare altrove. Togliete Intesa dalla scena e le offerte si sgonfiano; lasciatela, e il premio esiste solo perché esiste la minaccia. È esattamente ciò che la Consob ha voluto rendere leggibile: distinguere il valore economico originario delle operazioni dall’effetto ottico prodotto dalla scalata. Una distinzione elementare, e per questo tanto più significativa che sia dovuta arrivare per richiesta dell’autorità e non per spontanea trasparenza.
C’è poi il passaggio che più conta, perché tocca la struttura del gioco. Il Monte afferma che le offerte hanno carattere irrevocabile e non sono subordinate al fallimento dell’Opas di Intesa: andrebbero avanti anche se Intesa arrivasse a controllare Siena prima della loro chiusura. Vuole essere prova di solidità industriale — 1,8 miliardi di sinergie annue stimate, la promessa di non chiudere sportelli né ridimensionare reti — ma, letta all’incontrario, apre una voragine di governo societario. Che accade se chi ha lanciato le offerte non è più padrone di sé? Un Monte passato sotto Intesa continuerebbe a portare avanti operazioni concepite per sottrarsi proprio a quel controllo: la moneta si rivelerebbe di un altro, la volontà pure. Torna così, sotto altra veste, il nodo dei tempi che da mesi indico come decisivo. Se il controllo cambia mentre le offerte sono aperte, chi decide diventa un altro da chi ha deciso. Sotto l’ingegneria finanziaria resta la domanda antica: chi conserva il nome, e chi il corpo. Le informazioni pretese dalla Consob hanno tolto un velo, e dicono che quel valore, misurato prima dell’assalto, semplicemente non c’era.





