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di pierluigi piccini
Tra i molti pareri che l’Opas di Intesa Sanpaolo sul Monte deve ancora raccogliere — Bce, Bankitalia, Antitrust, Consob — ce n’è uno che non appartiene alla grammatica dei mercati ma a quella della sovranità: il Golden Power. È il potere speciale con cui il governo può imporre condizioni, o addirittura opporsi, quando un’operazione tocca un asset ritenuto strategico. Esteso negli anni anche al credito, quel potere trasforma un’offerta pubblica in una questione di indirizzo pubblico. E qui, più che nelle percentuali di adesione, si misura cosa il Paese voglia davvero fare del suo sistema bancario.
La posta ha un nome preciso: il terzo polo. Da tempo l’esecutivo coltiva il disegno di una terza aggregazione, imperniata sull’asse tra Siena e Banco Bpm, capace di reggere il confronto con i due giganti, Intesa e UniCredit. Non un capriccio dirigista, ma l’idea che un sistema con tre gambe sia più solido, più competitivo, meno esposto al rischio di un duopolio che decide da solo il prezzo del denaro per famiglie e imprese. L’Opas di Ca’ de Sass, assorbendo il Monte nel gruppo più grande, quel disegno lo smonta alla radice.
Da qui il paradosso che attraversa l’intera vicenda. È lo stesso Stato che nel 2024 ha collocato sul mercato le proprie quote del Monte, restituendolo alla logica privata; ed è lo stesso Stato che oggi, attraverso il Golden Power, potrebbe rientrare dalla finestra per orientarne l’esito. La contraddizione non è ipocrisia: è il segno di una difficoltà reale. Il mercato, lasciato a sé, tende alla concentrazione, perché la concentrazione conviene a chi è già grande. La politica industriale, se vuole esistere, deve poter dire che l’efficienza non è l’unico valore, e che la pluralità degli attori è un bene in sé.
Il punto è che il Golden Power non è uno strumento neutro né indolore. Usarlo per fermare un’operazione di mercato espone a un rischio doppio. Verso l’Europa, dove ogni forzatura viene letta come nazionalismo economico e può innescare le reazioni di una vigilanza gelosa della propria indipendenza. E verso gli stessi azionisti del Monte, ai quali si chiederebbe di rinunciare a un’offerta che parte degli analisti giudica la più solida, in nome di un interesse collettivo che nei loro conti non figura. La sovranità, quando incontra il capitale, scopre di non essere onnipotente.
Eppure ridurre tutto all’aritmetica dell’adesione sarebbe un errore di prospettiva. Una banca non è soltanto un pacchetto di azioni da valorizzare al prezzo migliore. È un’infrastruttura del territorio, il modo in cui una comunità accede al credito, custodisce il risparmio, finanzia il proprio futuro. Chi conosce Siena sa che il Monte non è mai stato un’astrazione finanziaria: è stato, nel bene e nel male, la forma stessa in cui la città ha pensato se stessa. Dire che “non può essere polverizzata” non è municipalismo nostalgico; è il riconoscimento che esistono beni il cui valore non si esaurisce nel prezzo.
Il governo si trova così davanti a una scelta insieme tecnica e filosofica. Può lasciare che la logica della concentrazione compia il suo corso, incassando la razionalità dei mercati e rinunciando a una visione. Oppure può usare il potere che ha per difendere un’idea di pluralismo, accettandone i costi: il conflitto con Bruxelles, il malcontento degli investitori, l’accusa di interferenza. Non esiste una terza via indolore. Il Golden Power è, in fondo, il luogo dove la politica confessa se abbia ancora una visione oppure se si sia ridotta a notaio delle operazioni altrui.
L’assemblea del 29 ottobre dirà molto sui rapporti di forza dentro il capitale del Monte. Ma la domanda vera si decide altrove, in una stanza dove non si contano le azioni: se lo Stato, dopo aver venduto, abbia ancora qualcosa da dire su ciò che ha venduto. E se il terzo polo sia un progetto reale o soltanto una parola con cui, di volta in volta, si copre l’assenza di un progetto.





