
La «visione umanistica» che vale per le macchine
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Cingolani legge il presente attraverso la lente di una generazione, quella dei baby boomer, cresciuta con l’incubo ricorrente della fine. Ne ripercorre le tappe: l’eclissi del 1961, i tredici giorni di Cuba nel 1962, gli allarmi ecologici degli anni Settanta — dal «Medioevo prossimo venturo» di Vacca al rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo — poi l’11 settembre, il crollo finanziario del 2008, la pandemia. Ogni volta l’Apocalisse è stata rinviata non dalle leggi della fisica, ma da «uomini di buona volontà». La domanda che attraversa il pezzo è se, davanti alla nuova trappola dell’intelligenza artificiale, quegli uomini ci saranno ancora.
Il nodo è che a tremare sono oggi gli stessi che hanno liberato la Bestia. Amodei, Altman, persino Musk chiedono di rallentare; il punto di non ritorno sarebbe la macchina capace di fare tutto da sola. Il segnale d’allarme, nella ricostruzione, arriva da un esperimento di Anthropic sul modello Claude, in cui affiorano tracce di qualcosa che somiglia a una «consapevolezza»: è il passaggio dal come fare al che fare.
Da qui Cingolani dispone tre posizioni. Le Cassandre — Naomi Klein e Astra Taylor con il «fascismo della fine dei tempi», e all’opposto Milei che affiderebbe le aziende ai chatbot. Gli accelerazionisti del «nuovo progetto Manhattan» — Trump che invita a sfruttare fino in fondo il vantaggio americano, Alex Karp di Palantir che teorizza un complesso software-industriale erede di quello militare, dentro una rinnovata corsa agli armamenti. E una terza via: Stiglitz, per cui un’IA ben regolata può aprire un’era di sovrabbondanza; Franco Bernabé, che ridefinisce la sovranità tecnologica non come autarchia ma come capacità di scelta — decidere quali dipendenze accettare, dove risiedono i dati, quando cambiare fornitore — su un terreno che è industriale prima che digitale; e Kissinger, che propone un controllo incrociato sul modello della non proliferazione nucleare, guidato da «un’etica della preservazione dell’umanità».
L’ultima parte allarga il campo ai «piccoli Armageddon» geopolitici, spesso più concreti dell’apocalisse tecnologica: Ucraina, Medio Oriente, Taiwan, la teoria kissingeriana delle potenze regionali che la Cina ha saputo sfruttare, la corsa diffusa alla Bomba, la crisi energetica europea e il primato cinese nelle rinnovabili. Sullo sfondo, i magnati che preparano la fuga — passaporti argentini, rifugi in Nuova Zelanda, il sogno marziano di Musk.
Il finale è affidato a un’immagine: come il replicante di Blade Runner, anche la macchina finirà per dire che tutti quei momenti andranno perduti «come lacrime nella pioggia».





