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In Spagna il caro affitti ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone e ha costretto il governo a varare sgravi fiscali per i proprietari che non aumentano i canoni. In Italia, dove i numeri non sono meno preoccupanti, la questione resta sottotraccia. Ne ha scritto Vittorio Pelligra su Avvenire, e la domanda merita di essere presa sul serio: perché un problema che pesa su milioni di famiglie non riesce a diventare una questione politica?
Una prima risposta sta nella struttura stessa del Paese. In Italia solo il 24,1 per cento delle famiglie vive in affitto, contro il 31,6 della media europea. La grande maggioranza abita una casa di proprietà, spesso ereditata o acquistata decenni fa, e per chi non ha più il mutuo il peso dell’abitazione sul reddito è minimo: secondo Eurostat il sovraccarico riguarda appena il 2,1 per cento dei proprietari. Tra gli inquilini che pagano un canone di mercato, invece, la quota sale al 22,3 per cento, ben sopra la media europea. Il disagio esiste, ma è concentrato in una minoranza, e una minoranza fa poco rumore.
I numeri di questa minoranza sono però tutt’altro che marginali. Nomisma stima che il 15,5 per cento delle famiglie italiane spenda per la casa più del 30 per cento del reddito, la soglia oltre la quale l’abitare diventa insostenibile. Circa un milione e mezzo di nuclei si trovano in condizione di disagio grave o acuto, e quasi otto su dieci sono in affitto. Tra il 2020 e il 2026 il canone medio richiesto è passato da 11,2 a 14,9 euro al metro quadrato, con un aumento di un terzo. Una stanza singola costa oltre 700 euro a Milano e più di 600 a Firenze e Roma, cifre che assorbono buona parte di uno stipendio d’ingresso. Intanto la propensione al risparmio delle famiglie è scesa al livello più basso dal 2012.
C’è poi una parte del problema che le statistiche faticano a vedere. Gli indicatori di sovraccarico misurano il peso della casa per chi ce l’ha, non la difficoltà di procurarsene una. E in Italia la crisi abitativa si manifesta soprattutto come impossibilità di entrare. Il 79 per cento dei giovani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori. Un italiano su quattro abita in un alloggio sovraffollato, contro uno su sei nella media europea. Chi non trova casa non risulta in disagio abitativo: semplicemente non esce di casa, rinvia, si adatta. È un dolore privato, distribuito nelle famiglie, che non si trasforma in protesta perché viene assorbito dalla rete domestica.
Il paradosso è che, mentre milioni di persone cercano un alloggio accessibile, nel Paese ci sono circa 4,5 milioni di immobili vuoti. Molti sono nei piccoli comuni e nelle aree interne, dove le case abbondano ma mancano lavoro e servizi; altri sono nelle città, sottratti alla locazione stabile dagli affitti brevi o lasciati inutilizzati per timore di inquilini morosi. Il problema non è dunque solo la scarsità, ma il disallineamento tra dove sono le case e dove sono le opportunità, e tra chi possiede e chi ha bisogno.
Una politica della casa all’altezza dovrebbe partire da qui: rimettere in circolo il patrimonio inutilizzato, rilanciare l’edilizia pubblica e sociale ferma da decenni, offrire garanzie ai proprietari che affittano a canone concordato. Ma finché il disagio resterà un fatto silenzioso, vissuto nelle cucine e nelle camerette dei figli adulti, difficilmente troverà spazio nell’agenda. Il silenzio, in questo caso, non è il segno che il problema non esiste. È il segno che lo stanno pagando le famiglie, una per una.





