
Libera come le note. È la voce di Luigi Nono
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11 Ottobre 2026Ildegarda di Bingen alla Biennale di Venezia: il Padiglione della Santa Sede trasforma l’arte in ascolto
Ci sono mostre che si guardano e mostre che si ascoltano. Quella portata dalla Santa Sede alla Biennale di Venezia appartiene alla seconda specie, come racconta Brunella Torresin su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, domenica 11 ottobre. Alcuni visitatori escono in lacrime, altri si abbracciano, altri restano a lungo in silenzio. Non è tristezza né felicità: è lo spaesamento di chi è stato portato altrove.
Il padiglione, curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con Soundwalk Collective, si divide tra il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Cannaregio e la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice a Castello. È dedicato a Ildegarda di Bingen, badessa benedettina del XII secolo, guaritrice e visionaria, e da lei prende il titolo: L’orecchio è l’occhio dell’anima. In una Biennale che vive di immagini, mettere l’udito al centro è quasi un gesto polemico. Il vedere domina e tiene a distanza; l’ascolto accoglie, ci attraversa prima ancora che lo pensiamo. Molte tradizioni lontane dalla nostra sanno da sempre che il mondo comincia con una vibrazione, non con una forma.
A Santa Maria Ausiliatrice si incontra l’ultimo lavoro di Alexander Kluge, scomparso il 25 marzo prima di completarlo: dodici stazioni che attraversano il pensiero medievale cristiano, arabo ed ebraico fino all’omaggio a Luigi Nono, il compositore che fece del silenzio materia musicale. Nel Giardino Mistico, invece, le voci di Brian Eno, Jim Jarmusch, Caterina Barbieri, Meredith Monk, Bhanu Kapil e altri si fondono lungo vialetti di salvia, sotto un olmo, tra i rosai, mentre i canti di Ildegarda scorrono lungo il filare di viti.
La parola chiave è viriditas, la forza verde che per Ildegarda attraversa il creato: fertilità, virtù che guarisce, soffio vitale. Il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e commissario del padiglione, la traduce anche con empatia, ciò di cui una Terra inaridita ha più bisogno. È un’idea che il pensiero ecologico contemporaneo ha ritrovato per altre vie: il vivente non è un deposito di risorse, ma una rete di relazioni da ascoltare.
Il cardinale sgombra il campo dall’equivoco confessionale. La Chiesa, spiega, non esporta un patrimonio di fede ma intercetta un patrimonio comune: la sete spirituale si riconosce in chiunque, credente o no. Su questa linea nasce anche la Triennale delle Università Cattoliche, Esercizi di empatia, aperta ad artisti di ogni orientamento. E la sintesi è sua: «Le arti visive hanno un rapporto con l’invisibile che non si può mai rompere».
Per chi si occupa di cultura, anche lontano da Venezia, è una lezione preziosa: la cultura non è solo ciò che si mostra, ma lo spazio in cui le persone tornano ad ascoltare. In un mondo con cinquantasei conflitti armati, un giardino chiuso può sembrare una fuga. Ma è nei tempi bui che bisogna guardare ai gigli del campo, per ricordare che qualcosa continua a crescere senza chiedere permesso.





