
PalaOrlandi, perché l’acquisto non è la soluzione giusta per lo sport senese
14 Ottobre 2026
di Pierluigi Piccini
Se non fosse tragico sarebbe divertente. I giornali di oggi raccontano la vicenda del Monte dei Paschi come una battaglia campale: l’amministratore delegato che «indossa l’elmetto», il presidente che si dice «fiducioso», la Rocca da difendere contro Ca’ de Sass. Basta però mettere in fila le date e i numeri perché l’epica si sgonfi. Resta una scena che sta tra la commedia e il lutto.
Cominciamo dalle date. Il piano Lovaglio si regge su due gambe, la doppia offerta di scambio su Banco Bpm e su Banca Generali. Proprio mentre il presidente Bisoni definisce quel piano «ottimo» e ripete che «le strade sono queste», il cda di Banco Bpm discute di accelerare l’integrazione con Crédit Agricole Italia, cioè di prendere la strada di Parigi. Il Monte difende un’operazione su una banca che sta già guardando altrove. L’elmetto c’è, il nemico pure, ma il terreno su cui si dovrebbe combattere si sta spostando sotto i piedi.
C’è poi il parere di Iss, il maggiore consulente di voto per gli investitori istituzionali, che ha un’apparenza di equilibrio e una sostanza molto precisa. Iss boccia la doppia Ops, boccia la riduzione di capitale e la distribuzione straordinaria di quattro miliardi, e motiva il giudizio con il rischio di esecuzione: il Monte non ha ancora digerito Mediobanca e si troverebbe a fondere tre o quattro culture e processi diversi sotto un consiglio diviso. Nello stesso documento, però, raccomanda di approvare la fusione con Mediobanca, che è esattamente la mossa che, secondo quanto dichiarato da Intesa, provocherebbe il ritiro dell’offerta. A prima vista sembra un sostegno al Monte. In realtà è un’arma scarica. Delfin, Caltagirone e Benetton, che insieme pesano intorno al 34 per cento, si sono già schierati con Intesa, e senza di loro quella fusione non raggiunge il quorum dell’assemblea straordinaria. Iss lo sa benissimo. Il voto favorevole alla fusione è un gesto che non costa nulla e che non produrrà nulla.
Il messaggio vero del proxy sta altrove, ed è il passaggio più rivelatore. Iss riconosce che il consiglio ha ragione quando giudica bassa l’offerta di Intesa e invita a valutare con attenzione le alternative. Tradotto: la posizione del Monte serve come leva per ottenere qualcosa di più. Quel parere fa l’interesse dei fondi, che vogliono il massimo rendimento dall’operazione, e chiama in causa direttamente Messina, a cui si chiede se intenda migliorare il prezzo. L’Opas ha un premio del 15,3 per cento contro una media di circa il 30 nelle operazioni comparabili. È lì che si giocherà davvero la partita. Tutta la retorica della difesa della Rocca rischia di chiudersi in una trattativa sui centesimi per azione, e la retorica, come si sa, non fa finanza.
Poi c’è la politica. A quindici giorni dall’assemblea del 29 ottobre il segretario provinciale del Pd scopre che «è finito il tempo delle rassicurazioni» e che «è il momento dei fatti», e chiede un’iniziativa unitaria di Regione, Provincia e Comune per domandare al Governo impegni e garanzie formali su occupazione, funzioni direzionali, marchio e rete territoriale. Sono richieste giuste, che sottoscrivo. Ma il tempo per avanzarle con forza c’era da giugno, quando la partita era ancora aperta e le asimmetrie del calendario, con la chiusura di Intesa prevista a dicembre e la difesa del Monte rinviata a febbraio, erano già evidenti a chi voleva vederle. Arrivare adesso significa chiedere garanzie a chi ha già vinto, e chi ha già vinto le garanzie le concede soltanto se gli costano poco. Anche la promessa della presidente del Consiglio che il Monte non sarebbe stato smembrato appartiene a quella stagione delle parole, alla quale nessuno ha saputo far seguire uno strumento.
Qui la commedia diventa tragedia. Nessuno dei soggetti che decideranno il destino della banca abita a Siena. Lo decideranno un consulente di voto americano, una platea di fondi che vale tra il 45 e il 50 per cento del capitale e tre grandi soci che hanno ciascuno i propri interessi, nessuno dei quali coincide con quello della città. Il cda è diviso, nove voti contro sei sul documento relativo all’offerta, gli analisti di Kepler danno per scontato il successo di Intesa, quelli di Equita giudicano decisiva l’opposizione dei principali azionisti. Siena discute, auspica, rivendica, mentre la sua banca cambia di mano davanti a lei.
Su uno dei quotidiani di oggi c’è una fotografia di piazza Salimbeni. Un uomo siede sui gradini della statua, accanto a un cane bianco, e guarda davanti a sé. È l’immagine più onesta di questi giorni. Ho scritto che di Siena al Monte sarebbe rimasto soltanto il nome. La cronaca, che corre più veloce delle previsioni, ci sta mostrando che forse non resterà neppure quello, e che la città sarà presente il 29 ottobre come quell’uomo sui gradini: seduta in piazza, a guardare un palazzo dove ormai si decide d’altro e per conto d’altri.





