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16 Ottobre 2026Il Papa operato di tumore al polmone sceglie di dire tutto: la trasparenza come forma di governo
Domenica 11 ottobre, al termine dell’Angelus, Leone XIV ha parlato ai fedeli di sé con una semplicità che ha spiazzato tutti. Durante alcuni controlli i medici avevano trovato un nodulo al polmone, circoscritto e individuato in una fase molto iniziale, e lui aveva deciso di farselo togliere. Due giorni dopo, martedì 13, è entrato a piedi dall’ingresso principale del Policlinico Gemelli, salutando le persone che lo aspettavano. In serata il bollettino della Santa Sede ha confermato ciò che gli esami preoperatori lasciavano supporre: adenocarcinoma polmonare, la forma più comune di tumore del polmone. L’équipe di chirurgia toracica guidata dal professor Stefano Margaritora ha asportato il lobo inferiore del polmone destro. L’operazione vera e propria è durata circa un’ora e mezza, la permanenza in sala operatoria circa tre ore, senza complicazioni.
Oggi le notizie sono buone. Il Papa ha ripreso a lavorare dalla stanza al decimo piano, ha iniziato la fisioterapia respiratoria, ha concelebrato la Messa, ha ricevuto il sostituto della Segreteria di Stato. La diagnosi precoce rende la prognosi favorevole: nei tumori polmonari scoperti agli esordi la chirurgia è spesso risolutiva. È un dato che vale per tutti, e non è un dettaglio. In Italia si contano ogni anno oltre quarantatremila nuove diagnosi di tumore al polmone, e la gran parte arriva tardi, quando l’intervento non basta più. Che un uomo di settantuno anni, senza altre patologie, abbia trovato la malattia grazie a un controllo di routine dice qualcosa che nessuna campagna di prevenzione riesce a dire con la stessa forza.
Ma la vera notizia sta nel modo. La storia dei ricoveri papali al Gemelli è anche una storia di comunicazione difficile, di bollettini reticenti, di silenzi che alimentavano le voci. Leone XIV ha rovesciato lo schema: ha annunciato lui stesso il nodulo, ha lasciato che la Sala Stampa desse tempi e dettagli, ha accettato che la parola “tumore” entrasse nel discorso pubblico senza giri di frase. Il cardinale Parolin ha parlato di un fulmine a ciel sereno, ma ha insistito sulla serenità con cui il Papa ha affrontato la prova. È una serenità che diventa messaggio. Chi ha vissuto la malattia di un familiare sa quanto pesi il momento in cui si intuisce che qualcosa viene taciuto, e quanto sia liberante, invece, poter chiamare le cose con il loro nome.
C’è poi un piano più strettamente politico. La Chiesa non prevede reggenti, e la salute di un pontefice non è mai solo un fatto privato. Dire la verità subito toglie spazio alle speculazioni, protegge l’istituzione e restituisce al Papa il controllo del racconto. Le udienze sono state sospese fino al 20 ottobre, ma resta in calendario l’appuntamento di Assisi del 27, per i quarant’anni dell’incontro interreligioso per la pace voluto da Giovanni Paolo II. Se Leone ci sarà, a due settimane da una lobectomia, il gesto avrà un significato che va oltre la cronaca medica.
In un tempo in cui il potere tende a esibire forza e a nascondere fragilità, un capo spirituale che mostra il proprio corpo ferito e affida la propria cura alla scienza e alla preghiera dei fedeli propone un’altra idea di autorità. Non quella di chi non cade mai, ma quella di chi non ha bisogno di mentire su quanto è vulnerabile.





