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Donald Trump ha sospeso, con un ordine esecutivo firmato venerdì, buona parte delle nuove sanzioni contro la Russia. Sarebbero entrate in vigore il 18 ottobre. Si tratta delle misure previste dalla legge intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio, che lo stesso presidente aveva firmato il 18 settembre. Il provvedimento introduceva dazi fino al cento per cento sui Paesi che acquistano petrolio e gas russi e nuove sanzioni contro persone ed entità legate a Mosca. Ora tutto è congelato in nome dell’interesse nazionale. Restano in vigore le sanzioni decise in precedenza e la parte della legge che riguarda l’Iran, e Washington si riserva di revocare le deroghe se lo riterrà necessario.
La ragione vera sta nell’accordo annunciato il 9 ottobre dopo una telefonata con Putin: trecentomila tonnellate di diesel russo subito, cinquecentomila a novembre, poi un milione al mese, con il Tesoro che ha autorizzato i produttori russi a vendere fino ad aprile. L’obiettivo è abbassare il prezzo del gasolio prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, con l’approvazione del presidente ai minimi. Una scelta di politica interna, dunque, che però ha conseguenze enormi fuori dagli Stati Uniti.
A Mosca l’hanno capito subito. Kirill Dmitriev ha parlato di un momento storico e ha invocato dialogo e cooperazione al posto dello scontro. A Washington la reazione è stata bipartisan: dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno definito l’accordo un regalo all’avversario e un tradimento degli alleati, chiedendone la revoca; ventidue deputati di entrambi i partiti hanno inviato una seconda lettera per chiedere di ritirare la licenza sul diesel. I democratici parlano dell’ennesima resa a Mosca. Anche Giorgia Meloni ha espresso critiche, ricevendo da Trump la risposta che l’intesa con Putin servirebbe a tutto il mondo.
Per l’Ucraina è la settimana più nera nei rapporti con Washington. Kiev ha perso l’accesso a Starlink, con gravi danni alle comunicazioni militari, e Trump ha negato ogni responsabilità propria e di Musk. La Casa Bianca ha minacciato di ridurre il supporto di intelligence e il presidente continua a descrivere Zelensky come un interlocutore più difficile di Putin. Intanto la guerra prosegue: ieri sera un attacco con missili balistici su Kiev ha colpito un centro medico e una scuola, uccidendo una ragazza di ventun anni.
Il punto politico è chiaro. Le sanzioni hanno senso solo se sono credibili e durature; se possono essere sospese per un calcolo elettorale, Mosca impara che basta aspettare. L’Europa, che ha investito risorse e credibilità nel sostegno a Kiev, scopre di non poter contare su un alleato che piega la politica estera al prezzo del carburante. È il momento di chiedersi se l’Unione sia capace di una propria strategia energetica e di sicurezza, o se continuerà a dipendere dalle oscillazioni di un presidente che guarda ai sondaggi più che agli equilibri del continente.





