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19 Ottobre 2026Fondazione Mps, Coppini ha riempito il vuoto strategico lasciato da Siena: ora il suo sì va trasformato in garanzie scritte
Prima di chiedersi perché Riccardo Coppini abbia annunciato da solo la proposta di aderire all’Opas di Intesa Sanpaolo, bisognerebbe chiedersi perché abbia potuto farlo. La risposta è scomoda: si è inserito in un vuoto strategico. Da mesi Siena assiste alla partita sul Monte senza una posizione propria. La politica locale ha oscillato tra la difesa d’ufficio della strategia di Lovaglio e la richiesta generica di rassicurazioni, inseguite a voce e mai tradotte in condizioni. Il Governo tace, dopo che in Consiglio comunale si era assicurato che le parole della presidente del Consiglio pesavano come pietre. Le istituzioni hanno fatto fronte comune su un principio, difendere Mps, senza dire che cosa significasse in concreto. In questo spazio vuoto chi si muove per primo detta la linea. Coppini, che il 2 settembre difendeva il silenzio come scelta migliore, lo ha fatto.
Le reazioni sono state immediate. Il campo largo, Siena Sostenibile, la Uil, Italia Viva chiedono garanzie, funzioni, occupazione, centri decisionali; il sindaco chiede che le promesse diventino impegni concreti. La Deputazione amministratrice si riunisce oggi in via straordinaria, senza attendere il 23, sollecitata dal collegio dei revisori e da componenti della Deputazione generale, che venerdì potrebbe arrivare alla sfiducia. Ma sostituire il presidente non colmerebbe il vuoto: lo renderebbe più evidente. Il problema non è chi ha parlato, è che nessuno aveva preparato che cosa dire.
Eppure il materiale c’era. Nel comunicato del 3 ottobre, con cui Intesa ha alzato di 25 centesimi la parte in denaro dell’offerta, c’è un capitolo dedicato a Siena: un polo tecnologico legato all’università, una sede secondaria di strutture centrali, più credito al territorio, la valutazione di una Direzione commerciale in Toscana. Impegni vaghi, senza numeri né date, ma scritti. Una strategia sarebbe partita da lì: pretendere che entrino nel Documento di Offerta all’esame della Consob, dove un impegno pesa più di un comunicato, con addetti, tempi e funzioni definiti, e poi tradurli in un accordo con Comune, Provincia, Regione e Fondazione, con verifiche periodiche.
E avrebbe affrontato il nodo più delicato. Nello schema di Intesa il Monte verrebbe diviso: circa 625 filiali a Intesa, circa 635, con il marchio e le strutture centrali, alla banca destinata a Unipol. L’hub direzionale per il Centro e il Sud e la tutela dell’occupazione sono attribuiti proprio a Unipol, sulla base di dichiarazioni dei suoi vertici. Una garanzia riferita da un terzo è una cortesia, non un impegno: anche Unipol deve firmare.
La nota di Coppini non dice nulla di tutto questo. Parla di un ruolo di particolare significato di Intesa per l’economia senese e del rapporto virtuoso con le fondazioni azioniste. Ma la Compagnia di San Paolo e Cariplo stanno dentro Intesa con quote che contano; Palazzo Sansedoni vi entrerebbe con una frazione infinitesimale. E la Fondazione nata nel 1995 non fu pensata come un investitore che massimizza il rendimento, bensì come custode del legame tra la banca, il credito e lo sviluppo delle comunità senesi. Valutare l’Opas solo da azionista riduce quel mandato. Coppini ha occupato il vuoto senza riempirlo.
Il suo sì, però, resta una carta. Lo 0,2 per cento non sposta gli equilibri, ma la parola della Fondazione pesa sul piano territoriale, ed è quel consenso che Intesa cerca. Può diventare la leva per ottenere ciò che finora nessuno ha chiesto per iscritto. Il tempo c’è, ma stringe: il 29 ottobre l’assemblea del Monte deciderà se l’offerta può andare avanti, e l’adesione non sarà possibile prima del via libera della Consob. Oggi e venerdì gli organi della Fondazione possono subordinare la valutazione positiva a una richiesta formale a Intesa e a Unipol, condivisa con le istituzioni. Non è questione di stare con Intesa o con chi difende il Monte. È serietà amministrativa: leggere le carte, pretendere che le parole diventino obblighi, controllare che vengano rispettate. Una città che non costruisce la propria strategia lascia che altri la scrivano al suo posto.





