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“Approviamo la manovra, poi pronti al voto.” La frase della presidente del Consiglio dice più di cento conferenze stampa. La legge di bilancio è diventata il primo atto della campagna elettorale. Il resto viene di conseguenza.
Guardiamo il contenuto. Una manovra di circa ventitré miliardi e mezzo, con le coperture legate alla flessibilità concessa da Bruxelles. Dentro c’è un insieme di piccoli prelievi agevolati: flat tax sugli aumenti di stipendio dei giovani, regime forfettario più largo per le partite Iva, tassazione ridotta sulle tredicesime. Poi il ritorno delle pensioni anticipate, con un miliardo per una nuova Quota 100. Sull’Irpef per il ceto medio lo scontro dentro la maggioranza resta aperto. Ogni partito della coalizione porta a casa la sua bandierina. Nessuno porta a casa un disegno.
Qui sta il punto. Una legge di bilancio dovrebbe dire che Paese si vuole tra dieci anni. Questa dice a quali elettori parlare la prossima primavera. Non è una novità italiana, e non è un vizio di una sola parte: le misure a pioggia le hanno fatte governi di ogni colore. Ma qui il legame tra conti pubblici e calendario elettorale è dichiarato. La sanità, che le Regioni di ogni orientamento considerano al limite, resta sullo sfondo. La scuola, la ricerca, le aree interne, l’industria che deve affrontare la transizione energetica non hanno un posto centrale. Si distribuisce, non si investe.
Poi c’è la legge elettorale. Lo Stabilicum, approvato l’8 ottobre con 227 voti a favore e 164 contrari e promulgato il giorno dopo dal Quirinale, va incontro a una trentina di ricorsi davanti alla Corte costituzionale. Sotto esame ci sono il premio di maggioranza al Senato e le regole sulla parità di genere tra i capilista. Palazzo Chigi teme la Consulta, e nella maggioranza c’è chi vorrebbe votare prima che la Corte si pronunci. Dentro la Lega si parla apertamente di settembre come data più probabile, se i giudici dovessero intervenire. Andare alle urne con una legge sospettata di incostituzionalità sarebbe un azzardo istituzionale. Le regole del gioco non si piegano al tempismo.
Anche l’opposizione però ha qualcosa da spiegare. Affidarsi ai ricorsi è legittimo, ma non sostituisce una proposta. Chi vuole governare deve dire con quali risorse e con quali priorità, e indicare un candidato credibile. Finora si è visto soprattutto l’appello alla Corte e la protesta in aula con i cartelli. È poco.
Il risultato è un Paese che entra in campagna elettorale senza aver discusso di sé. Da una parte una manovra che serve a raccogliere consenso. Dall’altra una coalizione che spera di vincere sul piano delle regole più che su quello delle idee. In mezzo restano i problemi veri, quelli che non portano voti subito: la demografia, il lavoro dei giovani, i servizi nei territori. Su questi, per ora, nessuno ha fatto campagna.





