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Nel riccio occasione di sviluppo
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Sul Monte si invoca un’identità, ma a vincolare sarà soltanto ciò che è scritto nei contratti — e i francesi servono più a chi li agita che a chi li teme
I francesi sono il convitato che nessuno chiama per nome ma che siede in capotavola. Conviene partire da lì, perché è il punto esatto in cui la partita su Siena smette di essere una contesa di prezzo e diventa una questione di appartenenza: il terreno su cui la retorica si fa più densa e la lucidità più necessaria. Domenica 7 giugno Banco Bpm scrive al Monte proponendo una fusione alla pari, un polo da oltre cinquanta miliardi. Poche ore dopo, a mercati chiusi, Intesa cala il carico: un’Opas che valorizza Mps a 10,091 euro, con 1,6 azioni Intesa più un euro in contanti per titolo, premio del 12,5% sul prezzo del 5 giugno, per un controvalore massimo intorno ai 30,6 miliardi, condizionata al raggiungimento di almeno il 66,67% del capitale.
L’architettura dice già tutto. A Unipol andrebbe un compendio di 635 filiali, le strutture centrali per operare in autonomia, il marchio Mps e circa due milioni di clienti — raccolta diretta intorno ai 55 miliardi, impieghi per 42, corrispettivo massimo 3,5 miliardi — mentre restano esclusi il large corporate, l’investment banking, le partecipazioni principali e i crediti deteriorati. Quel pacchetto verrebbe fuso con Bper in una nuova entità che si chiamerebbe, ancora, Banca Monte dei Paschi; Intesa tratterrebbe Mediobanca, il suo marchio e il 13% di Generali. È il punto su cui pesare ogni parola: il nome di Siena sopravvive come insegna, ma la sostanza migra altrove. La banca più antica del mondo viene divisa in due, e di sé conserva soltanto l’etichetta. Davanti alla commissione del Senato il regista assicurativo dell’operazione lo ha detto senza eufemismi — la volontà delle parti è dividere la banca in due — salvo respingere come premature le domande sulle ricadute territoriali, perché il perimetro si potrà definire solo dall’interno, a operazione conclusa. La cautela è studiata: si chiede a un territorio di consegnarsi senza che gli sia detto che cosa perderà.
Qui si innesta la questione francese, ed è una lama a doppio taglio. Da un lato il Banco ha in casa Crédit Agricole come primo socio, intorno al 22,8-23%, con autorizzazione della Bce a salire fino a livelli prossimi alla soglia dell’Opa obbligatoria, e consiglieri che hanno votato la proposta su Mps: la fusione alla pari porta con sé, inevitabilmente, un’influenza d’Oltralpe su Siena, Mediobanca e Trieste. È la lettura che permette di vestire l’Opas come “operazione italiana”, argine al risparmio nazionale che scivola verso Parigi, e di evocare contro il Banco i poteri speciali. Dall’altro lato la matematica raffredda la suggestione: negli ambienti del Tesoro il rischio Crédit Agricole è considerato fortemente ridimensionato, perché in un aggregato da oltre cinquanta miliardi il peso del socio francese si diluisce. La fusione, paradossalmente, toglie peso ai francesi anziché consegnare loro il Monte. Ed è esattamente questo che svela la natura dell’argomento: i francesi non sono un dato contrattuale, sono un argomento di appartenenza, e come ogni argomento di appartenenza serve più a chi lo brandisce che a chi lo subisce. La bandiera non vincola; vincola la clausola. E mentre a Siena si discute di marchio e di identità, a Parigi si ragiona di altro: Crédit Agricole — per cui l’Italia è il primo mercato estero — studia un rafforzamento fino a quasi il 30% di Banco Bpm in risposta all’Opas, non per scalare Siena ma per difendere le proprie reti commerciali. Due grammatiche diverse della stessa partita; e la seconda, quella delle reti e dei flussi, è quella che decide.
Sul piano interno lo spazio del Monte è quasi nullo, ed è il contrappasso più amaro. Con la formalizzazione dell’offerta è scattata la passivity rule dell’articolo 104 del Tuf: la stessa gabbia con cui, un anno prima, Siena aveva paralizzato Piazzetta Cuccia ora chiude Lovaglio. Lunedì il consiglio si riunirà — è atteso, non ancora celebrato — su passaggi tecnici dello scorporo di Mediobanca, ma l’amministratore delegato, affiancato dagli advisor Ubs e Bank of America, dovrà aggiornare il board sull’Opas non concordata di Intesa e sulla proposta non sollecitata del Banco. Difendere il progetto richiederebbe un voto assembleare che oggi non c’è, perché i due grandi soci guardano altrove: Delfin, primo azionista con il 17,5%, e Caltagirone, con circa il 13,5%, vedono con favore l’offerta di Intesa; se aderissero entrambi, Ca’ de Sass supererebbe il 30% del capitale. Per l’uno è monetizzazione e plusvalenza, dentro un riassetto proprietario che il maxi-prestito da dieci miliardi non sembra più sostenere; per l’altro è scelta opportunistica calibrata su Trieste. Perché la preda vera non è Siena: è Generali, e chi prende Mediobanca prende la leva sul Leone.
Restano le mosse che possono ancora rovesciare il tavolo. Il Banco non si arrende — il suo consiglio si è chiuso dopo oltre cinque ore senza comunicato e senza contromossa formalizzata, mentre il suo amministratore evoca la metafora del combattente contro un colosso sette-otto volte più grande, lasciando aperta l’ipotesi di una contro-Opas pur di non diventare a sua volta preda. Il governo oscilla in modo rivelatore: la premier dichiara che l’esecutivo non è parte in causa, ma a poche ore il ministro dell’Economia apre a possibili prescrizioni golden power sull’Opas, pur ribadendo la neutralità del Tesoro e l’intenzione di uscire dal capitale alle migliori condizioni — lo stesso schema che fece saltare l’assalto di Unicredit al Banco. E sullo sfondo c’è Orcel: chiusa la prima fase dell’Ops su Commerzbank al 12,51%, Unicredit sale al 42,5% del capitale tedesco, con periodo supplementare dal 20 giugno al 3 luglio, dopodiché può tornare in Italia, sul Banco o sul nove per cento che già detiene in Generali. Su tutto, una crepa che incrina la narrazione celebrativa: la Procura di Milano indaga sul collocamento delle azioni Mps.
E qui torna Siena, la città, che ha scelto la via che le compete. Il caso è approdato in Consiglio comunale con due mozioni, di maggioranza e di opposizione, e si è poi convenuto su una seduta straordinaria monotematica fissata per il 24 giugno, sulla scia della sintonia annunciata fra sindaco, presidente della Provincia e presidente della Regione. È un gesto giusto e necessario, ma va guardato per quello che è. Ciò che la città rischia di perdere non è un’astrazione: quella che a Siena equivale alla direzione generale è un motore economico di primo livello, diretto e indiretto, e nessuna mozione lo trattiene, perché ciò che lega non è il sentimento di un’assemblea ma una riga in un contratto. Eppure un varco esiste, ed è bene che qualcuno l’abbia indicato: la dichiarazione del ministro dell’Economia, che pur proclamando la neutralità del governo non ha escluso prescrizioni di golden power sull’Opas, apre l’unico spiraglio in cui la difesa di un territorio può tradursi in vincolo. Non a caso una lista civica dell’opposizione ha caldeggiato proprio il golden power come possibilità di trattativa: ha capito, cioè, l’asimmetria. Perché il potere speciale dello Stato è il solo strumento capace di convertire la bandiera in clausola — di scrivere, dentro un’autorizzazione, le condizioni che un Comune non può imporre: garanzie occupazionali, permanenza dei servizi direzionali, vincoli sulle strutture centrali, continuità non nominale ma sostanziale del radicamento. Lì, e soltanto lì, l’identità smette di essere apparenza e diventa obbligo.
La lezione di questa stagione è tutta in questa asimmetria. L’azione simbolica nomina, denuncia, testimonia; ma decide soltanto chi siede al tavolo dove si scrivono le clausole, e a quel tavolo i Comuni non sono ammessi se non per interposta autorità. Il compito di chi amministra non è allora gridare l’identità, che è bandiera e si dilegua, ma indirizzare la pressione là dove può mordere: chiedere che il governo eserciti il suo potere e lo riempia di impegni verificabili, non di promesse di cortesia. Resta, in fondo, il rischio più sottile, ed è quello dei francesi rovesciato: trasformare un legittimo timore in alibi, usare la bandiera nazionale per coprire un’operazione che concentra ancora di più il potere bancario italiano in due sole mani, e chiamare difesa del risparmio ciò che è, prima di tutto, una ridistribuzione di rendite tra chi era già grande. Il convitato d’Oltralpe esiste. Ma il pericolo, per Siena, non viene da chi siede in capotavola: viene da chi, in suo nome, sta apparecchiando la divisione del Monte e ne tiene il nome come ultima insegna su una porta che si chiude.





