
La mossa del Monte, spiegata senza paroloni
23 Agosto 2026
Il nome resta, la fabbrica si sposta
23 Agosto 2026La partita sul Monte e la doppia lingua della politica: una recita sull’identità davanti a un tavolo di cui nessuno, in città, tiene i pezzi
Di Pierluigi Piccini
C’è un ribaltamento che salta all’occhio, sfogliando le pagine di questi giorni, ed è così vistoso da sembrare una trappola. La destra di governo che dichiara di volere “che vinca Siena”, che eleva la territorialità a risorsa, che promette moral suasion contro lo spezzatino; e la sinistra nazionale che, per bocca della sua segretaria, chiede al Governo di stare fuori e lascia “decidere al mercato”. I ruoli storici capovolti, il protezionismo a destra e il liberismo a sinistra. Ma è un capovolgimento di superficie. Basta grattare per trovare, sotto, la convergenza: Meloni e Schlein si ritrovano di fatto sullo stesso fronte — il Monte non si spezzetta, il marchio non si perde — al punto che si è già parlato di strana coppia. Quando i due estremi dicono la medesima cosa, la differenza non è nelle idee: è nella lingua che ciascuno sceglie di parlare, e a chi.
Ed è qui che la polemica del coordinamento provinciale di Fratelli d’Italia — “quante lingue parla il Pd?” — diventa uno specchio puntato male. È vero che il Pd nazionale invoca il mercato mentre il Pd senese chiede allo Stato di restare nel capitale: due registri, uno per Milano Finanza e uno per Piazza del Campo. Ma la stessa doppiezza abita chi la denuncia. Donzelli, nello stesso respiro, dichiara che il risiko gli è del tutto indifferente e che sarà il mercato a deciderlo, e insieme che vuole veder vincere Siena e che userà tutta la moral suasion possibile. Non è incoerenza di un partito: è la condizione di chiunque debba tenere insieme il piano nazionale, dove si celebra il mercato, e il piano del territorio, dove si chiede protezione. Le due lingue non convivono, e ognuno le parla a turno sperando che l’altra non lo senta.
Il punto vero, però, è un altro, e sta più in basso di ogni schermaglia. Tutto questo dibattito vive sul piano del nome. “Vinca Siena”, “identità”, “marchio”, “il nome della banca”: parole che designano un’appartenenza e non una struttura. L’unico che prova a convertire il nome in sostanza è il segretario toscano quando avverte che l’identità significa qualcosa che va oltre il nome — presidio sul territorio, filiali, livelli occupazionali. E l’unico gesto concreto, in tutto il chiacchiericcio, è la richiesta del segretario provinciale: che il Governo convinca il ministro Giorgetti a non vendere la quota che lo Stato mantiene nella banca, golden power compreso. Il resto è liturgia: si venera un nome, si evita la cosa.
Perché la cosa smaschera la formula più ripetuta di questi giorni, quella secondo cui “la politica non deve trasformarsi in un giocatore del risiko”. Lo Stato è già il giocatore più pesante al tavolo. Tiene una quota residua, dispone del golden power e siede in cima alla catena di controllo: è il filo Tesoro–Mps–Mediobanca a garantire a Roma influenza strategica anche su Generali. Dire “decida il mercato” mentre il Tesoro fa insieme il croupier e l’azionista di peso è l’operazione linguistica più spregiudicata di tutte. Del resto la politica in questa banca non è che “potrebbe” entrare: ci è entrata nel 2017 con 5,4 miliardi di denaro pubblico. La domanda seria non è se lo Stato debba esserci, ma come e fino a quando — e proprio su questo il Governo non ha ancora messo nulla per iscritto, tanto che il tavolo con gli enti locali è scivolato dal 20 al 25 agosto, su richiesta del Mef.
Ed eccoci all’ultima asimmetria, la più istruttiva: quella dei calendari. Il rito politico corre sul tempo del territorio — l’incontro romano di martedì con Carletti, Fabio e Giani, le garanzie formali pretese alla vigilia — mentre le decisioni che contano corrono sul tempo del mercato, e culminano nell’assemblea del 29 ottobre, chiamata a deliberare la difesa ai sensi della passivity rule. Due orologi che non ingranano. La politica senese chiede rassicurazioni su una scacchiera i cui pezzi si muovono altrove — a Milano, a Trieste, a Parigi — e in un giorno che non è il suo. È la vecchia storia del Monte: si discute animatamente del nome, mentre la sostanza viene decisa da chi al dibattito non partecipa.





