
Un copione senza autore
13 Giugno 2026
Il nome e la prescrizione
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C’è un modo per misurare lo stato di salute di una città: ascoltare in quale registro parla di se stessa. La rassegna di oggi consegna un coro che canta all’unisono e, proprio per questo, andrebbe ascoltato con sospetto. Il tema è uno solo, il Monte, e attorno a esso si è formato quel che le testate chiamano con evidente sollievo un “fronte istituzionale compatto”: il presidente della Regione, il sindaco, la presidente della Provincia si incontrano, “monitorano, osservano”, e promettono battaglia per tre cose — il nome, il marchio, il personale, le funzioni direzionali. Giani lo dice con la formula destinata ai titoli: Mps rimanga senese.
Vale la pena fermarsi sulla grammatica di quella frase. Si difende ciò che si teme di aver già perduto. Quando l’unico aggettivo che resta da rivendicare è “senese” — non il controllo, non le scelte strategiche, non la proprietà, ma l’aggettivo — significa che la sostanza è migrata altrove da tempo e che la politica locale si è ridotta a custode di un’insegna. È una difesa toponomastica. Si presidia la targa mentre la casa cambia padrone. E il fatto che a presidiarla siano forze di colore diverso, unite da un improvviso spirito civico, non è segno di forza ma di impotenza condivisa: ci si stringe attorno al simbolo quando si è esclusi dal tavolo dove si decide.
A dire le cose con più nettezza, in questa rassegna, non sono le istituzioni ma le voci laterali. Un gruppo civico riassume la vicenda in una sequenza che le dichiarazioni ufficiali accuratamente evitano: lo Stato è salito oltre il 64% del capitale assumendosi i costi di una crisi originata da scelte sbagliate — Antonveneta in testa — e da anni di ingerenza politica trasversale; oggi che la banca produce utili straordinari e si è fatta centrale nel sistema attraverso Mediobanca e l’ombra di Generali, lo stesso Stato dichiara di voler vendere al miglior offerente. La formula è impeccabile e amara: i costi del salvataggio socializzati, i benefici della ripresa privatizzati. È la storia economica italiana ridotta al suo osso, e cinquecentocinquantaquattro anni di legame fra una banca e la sua città vi compaiono come variabile irrilevante, citata “raramente e quasi sempre in modo accessorio”. Nessuna delle offerte sul tavolo garantisce il nome, la sede, men che meno un ruolo decisionale della città.
Qui sta il punto che il fronte compatto non può permettersi di dire ad alta voce: avere un’amministrazione dello stesso colore del governo nazionale non ha prodotto alcun vantaggio negoziale. Il presidio identitario serve esattamente a coprire questo vuoto. Si invoca l’identità come scudo perché non si ha altro, e la si invoca tanto più rumorosamente quanto meno se ne possiede la materia. Da una parte chi reclama l’uso della golden share — l’unico atto che inciderebbe davvero — dall’altra chi promette di “monitorare”. La distanza fra le due frasi è la distanza fra il potere e la sua rappresentazione.
Sullo sfondo, la Fondazione recita la sua parte con il presidente che parla ai Comuni di “creare qualcosa che consenta ai giovani di non dover scappare”, indicando i consueti tre pilastri — sociosanitario, industria, cultura. Sono parole giuste e per ciò stesso innocue: descrivono un fine senza nominare il mezzo, cioè la sola cosa — le risorse, e da dove verranno una volta dissolto l’istituto che le generava — che renderebbe la frase vera invece che augurale. Difendere i giovani dalla fuga mentre si lascia sfuggire ciò che potrebbe trattenerli è la contraddizione che attraversa, sottotraccia, tutta la pagina.
Non sorprende che, in questo paesaggio, la politica cittadina appaia altrove. Il centrosinistra è ancora alle prese con i suoi nodi — coalizione, liste civiche, programma, soprattutto la candidatura a sindaco — e già si annuncia, come scrive un direttore, “l’uomo del momento”, quello che arriva “quando il terreno è fertile, le paure sono tante e la pazienza è poca”. È la liturgia ricorrente di una politica che cerca un’anima e trova un nome, mentre le decisioni che contano per il futuro materiale della città si prendono in stanze dove quella politica non è invitata.
Resta la cultura, che la rassegna affolla volentieri: la mostra di Nones ai Magazzini del Sale che porta il presente dentro l’antico, il rettore che presenta un libro sulla continuità del male, il premio nazionale che vorrebbe fare di Siena la capitale di una “idrostrategia”, il Graduation Day in Piazza. Sono segni di vitalità, e non vanno svalutati. Ma è onesto chiedersi se la fioritura del racconto culturale non funzioni anche, qui come altrove, da risarcimento simbolico: più si assottiglia la presa della città sulle leve economiche, più cresce il bisogno di rappresentarsi come luogo di significato. La cultura come compensazione del potere perduto è una tentazione antica, e Siena la conosce meglio di chiunque.
La nota, allora, è una sola. Tutta questa pagina parla di identità — la senesità della banca, il radicamento della Fondazione, il presente che dialoga con l’antico — e in nessun punto parla di chi decide. È la spia di una città che ha imparato a difendere bene i propri simboli proprio perché ha smesso di disporre delle proprie sostanze. Quando di una cosa si difende soltanto il nome, è il segno che del resto si è già fatto a meno.





