
Due parole nel cassetto
12 Giugno 2026
Di sé soltanto il nome. Cronache senesi del 13 giugno
13 Giugno 2026
Ci sono storie che si lasciano raccontare come una catena di casi, e storie in cui gli eventi sono così concatenati che il lettore ha il diritto di chiedersi come si tengano insieme. La vicenda del Monte dei Paschi appartiene alla seconda specie. A guardarla da vicino sembra cronaca finanziaria: advisor, concambi, sportelli. A guardarla da lontano sembra un copione. Ma — sia detto subito, perché tutto quel che segue ne dipende — un copione senza autore: nessuna responsabilità è stata accertata in questa vicenda, gli interessati respingono ogni addebito, e queste righe non intendono attribuire a nessuno un disegno. Intendono fare qualcosa di diverso: mostrare come una concatenazione di atti, ciascuno legittimo o quantomeno presunto tale, abbia prodotto un esito che più ordinato non si potrebbe immaginare.
Si riavvolga il nastro. Novembre 2024: il Tesoro colloca il 15% del Monte con una procedura accelerata che consente a Caltagirone e Delfin di entrare nel capitale con il 3,5% ciascuno — un’operazione oggi all’esame dei magistrati, che secondo la ricostruzione accusatoria, contestata dalle difese, avrebbe avuto un obiettivo preciso: il controllo di Mediobanca e Generali usando Mps come veicolo [1]. Due mesi dopo, la banca appena risanata lancia la scalata alla più aristocratica banca d’affari italiana. La Procura di Milano apre un fascicolo: Caltagirone, Milleri e Lovaglio indagati per manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza, nell’ipotesi — anch’essa respinta dagli interessati — di un “concerto” mai dichiarato al mercato [2]. Poi una scelta procedurale legittima e dichiarata, ma dalle conseguenze rilevanti: l’indagine viene prorogata fino alla conclusione dell’operazione Mps-Mediobanca, per non interferirne con l’esito [1]. Non si discute qui la correttezza di quella scelta, che non è in questione; si osserva il suo effetto oggettivo, che opererebbe identico in qualunque sistema: un’indagine aperta e senza scadenza, indipendentemente dalle intenzioni di chiunque, congela, dissuade, consiglia prudenza.
Perché questo è ciò che un fascicolo aperto produce, per sua natura: pende. Pende sui tre indagati, e un filone laterale lambisce perfino lo Stato azionista — un alto dirigente del Ministero dell’Economia, a capo della direzione partecipazioni da cui dipendeva la quota del Tesoro nel Monte, consigliere della banca, è indagato per insider trading per acquisti di titoli a ridosso dell’offerta su Piazzetta Cuccia [3]. Sul fronte senese della partita, quasi nessun protagonista ne è privo. Non occorre supporre che qualcuno se ne lasci condizionare, e qui non lo si suppone: basta registrare che è una condizione di contesto che nessuna analisi della vicenda può permettersi di ignorare.
Si osservi allora la primavera che abbiamo appena attraversato. Il 25 marzo il consiglio toglie le deleghe a Lovaglio e lo sospende da direttore generale [4], il 7 aprile lo licenzia per giusta causa, con una ricostruzione controversa [5], il 15 aprile l’assemblea lo rimette in sella: la lista che lo ricandida ottiene il 49,9% contro il 38,79% di quella del consiglio, con il contributo decisivo di Delfin, primo azionista con il 17,5% [6] — mentre la lista sconfitta era sostenuta da Caltagirone [7], che con un investimento di mezzo miliardo era arrivato a pesare circa il 13,5% del voto in assemblea, intorno al 10% nel libro soci [8]. Una guerra vera, a giudicare dalle ferite. Ma con un esito che nessuno dei contendenti aveva cercato: ne escono tutti più deboli. Caltagirone sconfitto. Delfin vincitrice di una battaglia difficile da capitalizzare. Lovaglio formalmente al comando di una banca il cui consiglio porta i segni della spaccatura, senza un nocciolo stabile di azionisti alle spalle. È un’osservazione elementare di ogni conflitto: una guerra che indebolisce tutti i contendenti avvantaggia chi non vi ha preso parte.
E a giugno qualcuno accende la miccia: il Banco Bpm presenta al Monte una proposta amichevole di aggregazione alla pari [16]. Bastano poche ore perché alla porta si presenti chi era rimasto estraneo a ogni mischia, liquido e paziente: Intesa, che rilancia con un’offerta da 30,6 miliardi e mette Bpm all’angolo [9]. Messina rivendica “buoni rapporti con Delfin e Caltagirone” e si dice certo che accoglieranno l’offerta con favore [9] — la serenità di chi ha fatto bene i conti, e a cui qualcun altro non ha fatto che offrire l’occasione di scoprirli. Che la miccia sia stata accesa da un terzo non smentisce il copione: lo conferma. La risposta è arrivata in poche ore perché il campo era già sgombro; il detonatore era esterno, ma la reazione era pronta.
E l’offerta, si badi, non è una mossa: è una soluzione, nel senso tecnico che ogni suo elemento scioglie un problema preesistente. Scioglie il nodo antitrust prima che le autorità si pronuncino: l’accordo vincolante con Unipol prevede la scissione del Monte — a Unipol il marchio Mps e circa 635 sportelli, da integrare con Bper; a Intesa il cuore corporate e finanziario dell’istituto, Mediobanca e, con Mediobanca, la quota in Generali [10]; era proprio il nodo della concorrenza, per ammissione dello stesso Messina, ad aver reso a lungo l’operazione impraticabile [11]. Offre ai grandi soci la possibilità, che ciascuno valuterà in piena autonomia, di convertire in titoli e contante, con premio, le proprie partecipazioni. Alleggerisce la posizione dello Stato, che vedrebbe chiudersi un capitolo complesso anche sul piano reputazionale.
E trova il campo sgombro sul fronte della difesa, resa oggettivamente difficile due volte: dalla passivity rule, che vieta al consiglio ogni misura senza preventiva assemblea [12], e — per effetto indiretto, certo non per intenzione di alcuno — dal clima creato dall’inchiesta. Se l’ipotesi accusatoria è precisamente quella di un coordinamento tra soci non dichiarato alle autorità [13], è comprensibile che ogni azionista valuti oggi con estrema cautela qualunque intesa con altri soci: il coordinamento è la fattispecie stessa sotto esame. Lo strumento classico di ogni difesa, il patto tra azionisti, è divenuto — nei fatti, non per divieto — difficilissimo da praticare. Resta un uomo solo, indagato, con i suoi advisor finanziari e legali [14] [15] e nessuna maggioranza assembleare in vista.
Ricapitoliamo allora ciò che queste righe affermano, perché non vi sia margine di equivoco. Non affermano l’esistenza di un burattinaio, né attribuiscono ad alcuno — imprese, soci, manager, uffici giudiziari — finalità diverse da quelle dichiarate; ricordano anzi che gli indagati respingono ogni addebito, rivendicano di aver sempre operato nel rispetto delle regole [1], e che nessuna responsabilità è stata accertata né potrebbe darsi per scontata. Queste righe descrivono un campo di forze: una configurazione in cui interessi distinti, ciascuno legittimo, hanno finito per orientarsi nella stessa direzione. Qualcuno obietterà che è la fisiologia di ogni mercato del controllo contendibile: interessi razionali che convergono verso l’esito più efficiente, e nessun bisogno di scomodare la parola copione. È un’obiezione seria, e va presa sul serio. Ma è proprio qui che la fisiologia si distingue dal suo contrario. Non si sostiene che la convergenza sia anomala; si osserva che quella convergenza, per prodursi, ha avuto bisogno di due cose che con il libero gioco del mercato non hanno nulla a che vedere: un fascicolo che pende e una regola che paralizza. C’è differenza tra dire che il mercato ha funzionato e dire che il campo è stato sgombrato. Nel primo caso le alternative restano aperte e semplicemente perdono; nel secondo si chiudono prima di poter competere. Ed è il secondo caso quello che le fonti, scena dopo scena, lasciano intravedere.
Ed è proprio questo il punto che merita di essere consegnato al lettore: un copione non ha bisogno di un autore. Basta che ogni attore, leggendo la propria parte, trovi razionale recitarla. Scena dopo scena, le alternative si sono chiuse, le resistenze si sono fatte impraticabili, i contendenti di ieri si sono scoperti interessati allo stesso esito, finché del labirinto è rimasto un solo corridoio — e in fondo al corridoio c’era Ca’ de Sass. Quanto a Siena, nel copione non ha mai avuto una battuta: il suo nome compare nell’inventario, alla voce cespiti. Se vi sia stata una regia non spetta a un articolo dirlo, e si vedrà se spetterà ai processi. Ciò che un articolo può dire è più semplice, e ogni lettore può verificarlo sulle fonti qui sotto: questa trama non ha mai avuto bisogno di una regia per arrivare puntuale al suo finale.
Nota. Questo articolo è un commento su una vicenda di rilevante interesse pubblico, fondato esclusivamente su notizie di stampa qui elencate. Per tutte le persone citate vale la presunzione di innocenza; le ipotesi investigative riportate sono contestate dalle difese. L’autore si attiene alle fonti indicate e si rende disponibile a correggere prontamente qualunque inesattezza che gli venga segnalata; eventuali precisazioni o repliche degli interessati saranno pubblicate integralmente e con pari evidenza.
Fonti
[1] Reuters/Alliance News, “Mps to convene board for briefing on Mediobanca investigation” — indagine su Caltagirone, Milleri e Lovaglio; collocamento del 15% via ABB (novembre 2024); proroga dei termini d’indagine; smentita degli interessati.
[2] MF-Milano Finanza, 18 febbraio 2026, “Mps-Mediobanca, si allungano i tempi dell’inchiesta sulla scalata e le indagini su Caltagirone, Milleri e Lovaglio”.
[3] MF-Milano Finanza, Il Sole 24 Ore Radiocor e Avvenire, 9 febbraio 2026 — dirigente del Mef e consigliere Mps indagato per insider trading.
[4] Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2026, “Mps, il cda revoca le deleghe a Lovaglio, sospeso anche come dg”.
[5] MF-Milano Finanza, 7 aprile 2026, “Mps, il cda licenzia Luigi Lovaglio da direttore generale per giusta causa”.
[6] ANSA, 15 aprile 2026, “Lovaglio si riprende Mps, battuta la lista del cda”.
[7] MF-Milano Finanza, 15 aprile 2026, “Mps, cosa è successo in assemblea. Il racconto minuto per minuto fino alla vittoria di Lovaglio”.
[8] MF-Milano Finanza, 8 aprile 2026, “Mps, il Tesoro non andrà in assemblea. Caltagirone investe 500 milioni e sale al 13,5%”; per la quota iscritta a libro soci (intorno al 10%), Reuters, 15 aprile 2026.
[9] Il Mattino, 9 giugno 2026, “Intesa muove su Mps, l’offerta da 30,6 miliardi. Messina: «Chance unica»”.
[10] Quotidiano Nazionale, giugno 2026, “Opas di Intesa su Mps, cos’è e come funziona l’offerta da 30,6 miliardi”; FIRSTonline, 8 giugno 2026, sull’accordo Intesa-Unipol (marchio Mps e 635 filiali a Unipol-Bper).
[11] Borsa&Finanza, giugno 2026, “Intesa-Mps, Messina: con Unipol superati i paletti antitrust”.
[12] Quotidiano Nazionale, giugno 2026, “Contrappasso a Siena: la trappola che paralizzò Nagel ora chiude Lovaglio”.
[13] FIRSTonline, dicembre 2025, “Inchiesta Mps-Mediobanca: da Lovaglio a Caltagirone, un anno di risiko bancario nelle intercettazioni”.
[14] ANSA, 9 giugno 2026, “Mps sotto assedio, Lovaglio studia le contromosse”.
[15] La Repubblica, 11 giugno 2026, sulle contromosse allo studio di Mps con Ubs, Bank of America e Sergio Erede (contenuto confermato da Business People, “Mps, Lovaglio prepara la difesa contro l’Opas di Intesa Sanpaolo”, 11 giugno 2026, e dalla nota ufficiale del cda di Mps che indica come advisor Ubs Europe SE, BofA Securities, BonelliErede e White & Case).
[16] FIRSTonline ed Editoriale Domani, 8 giugno 2026, sulla proposta amichevole di aggregazione alla pari avanzata dal Banco Bpm a Mps, cui è seguita la controfferta di Intesa.





