
I lupi di Piano. Una spiegazione
5 Giugno 2026Il comò è un mobile da camera, non da salotto. Ci si custodisce ciò che non si mette in mostra: la biancheria, le lettere, gli oggetti che pesano troppo per stare in vista e troppo poco per buttarli via. Questa rubrica porta quel nome perché è il luogo dove depongo quel che altrove non saprei dove mettere — non le opinioni, che hanno già le loro tribune, ma i pensieri più miei, quelli che restano addosso e non se ne vanno. Scriverli qui è il modo che ho per tirarli fuori e guardarli da fuori: una volta posati sulla pagina smettono di girare a vuoto dentro, prendono una forma, diventano una cosa tra le cose. È una specie di sollievo. Si apre un cassetto, ce li si chiude dentro, e per un poco non pesano più. Quello che segue è uno di questi.
Dove la vita si posa
di Pierluigi Piccini
Mi sveglio e la prima cosa che sento non è un pensiero, è un peso. Non un dolore preciso, niente che si possa nominare e perciò curare: è soltanto che ho già visto come va a finire. Conosco le mosse, le ho fatte tutte, ho governato e costruito e capito ogni cosa, e proprio l’aver capito mi ha tolto ciò che faceva alzare la mattina — l’idea che qualcosa fosse ancora davvero in gioco. Mi volto a guardare indietro e non trovo un appiglio. Non perché alle spalle non ci sia stato niente: c’è stato tutto. Ma è tutto già concluso, già diventato racconto, e dai racconti non si torna.
Eppure non mi fermo. Riempio le giornate fino all’orlo, progetti su progetti, carte, idee, fronti aperti dappertutto. Da fuori sembra vitalità, e forse lo è; ma da dentro so bene cos’è. È il rumore che faccio per non sentire il silenzio. Finché mi muovo non sono costretto a guardare, e così mi muovo. È qui che sta la fatica vera, non nel fare — il fare è facile, è una fuga comoda, sempre a portata di mano. La fatica è restare fermi un istante e reggere quello che si vede.
Intorno c’è gente che mi cerca, che ha bisogno di me, e io ci sono, rispondo sempre. Ma la mia è una solitudine che la compagnia non tocca, perché non nasce dalla mancanza di persone. Nasce dal fatto che nessuno arriva fin dove sto io. Ci sono pensieri che ho attraversato, in questi mesi, talmente pesanti da non averli detti a nessuno: non per pudore, ma perché non ho trovato l’orecchio capace di reggerli senza spaventarsi, o senza trasformarli all’istante in un problema da risolvere.
Mi hanno portato qui, su questa montagna, lontano dal centro che per tanto tempo è stato il mio. E sto provando a farla diventare mia — non come un possesso, ma come un destino: il luogo dove la vita finalmente si posa, smette di rincorrere, atterra. È l’ultima cosa che prendo sul serio, forse l’unica che valga ancora la posta in gioco.
E sto in piedi. Certe sere barcollo, ma resto in piedi. Tengo gli occhi aperti, con quella vigilanza ostinata di chi non se ne va da sotto il portone neanche quando tutti gli altri sono rientrati. Non per coraggio: perché non so fare altro, e perché conservo il sospetto — la speranza — che presto i giorni tornino ad allungarsi.





