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29 Agosto 2026Stefano Cingolani, sul Foglio, ha scritto un pezzo intitolato “I pascoli di Siena” che merita una risposta da chi Siena la guarda da dentro e non da Roma. La tesi è nota fin dal sottotitolo: il municipalismo che grida “il Monte è Siena” sarebbe pura ipocrisia, un riflesso trasversale che accomuna destra e sinistra, un modo per coprire interessi mascherandoli da orgoglio cittadino. A sostegno, Cingolani schiera un armamentario notevole: Tozzi e le sue “Tre Croci”, l’affresco di Lorenzetti, la P2, il finanziamento del Monte a Berlusconi per costruire Milano 2, la lunga contabilità dei salvataggi pubblici. È un articolo brillante, colto, scritto con mano sicura. Ha un solo difetto: la cronaca che porta a sostegno smentisce la tesi che vorrebbe dimostrare.
Perché è lo stesso Cingolani a raccontare dove si combatte la guerra vera. La elenca lui: Delfin primo azionista in Lussemburgo, Caltagirone, il Banco Bpm, il triangolo Roma-Milano-Trieste, Intesa Sanpaolo che scende in campo con oltre cento miliardi di valore di borsa, Mediobanca che “è Milano” e le Generali che “sono Trieste, anzi la Mitteleuropa”. Sono parole sue. Ma se la posta è quella — e lo è — di Siena non resta quasi nulla. La città non è il protagonista che difende il proprio possedimento: è il campo su cui altri giocano, la pedina, semmai il pretesto. E allora prendersela con il municipalismo senese, additarlo come il grande ipocrita trasversale, significa scegliere il bersaglio più comodo perché il più impotente. Si fustiga chi non decide più nulla per non nominare chi decide tutto. Lo stesso articolo che chiede “chi paga?” evita accuratamente di chiedere chi comanda.
Qui sta la prima contraddizione, ed è quella che regge l’intero impianto. Cingolani tratta la formula “il Monte è Siena” come immutabile, valida ieri e oggi allo stesso modo. Ma chi quella stagione l’ha attraversata sa che la formula ha cambiato senso almeno due volte. Nell’epoca consociativa che lui stesso descrive — sindaco socialista, presidente della provincia comunista, banca alla Dc, fondazione azionista pressoché unica — era letteralmente vera: la città possedeva la sua banca, e attorno a quel possesso si distribuivano rendite, cariche, protezioni. Era un sistema, con i suoi vizi che nessuno che li abbia visti da vicino ha interesse a nascondere. Ma quella macchina non esiste più. La banca è del Tesoro, la fondazione è marginale, le azioni stanno in Lussemburgo e a Roma — lo scrive Cingolani stesso, “anziché a Siena le azioni sono andate in Lussemburgo”. Ciò che resta del riflesso municipalista non difende più un trogolo: difende un’insegna. È nostalgia, è simbolo, è al massimo memoria offesa. Tenere insieme le due cose come fossero la medesima fa un ottimo effetto retorico e falsa completamente la posta morale. Non è la stessa avidità di prima che sopravvive: è tutt’altro sentimento, e chiamarlo con il nome vecchio serve solo a poterlo continuare a condannare.
La seconda contraddizione riguarda la posizione di chi scrive. L’articolo si presenta come pura lucidità, sguardo disincantato che smaschera le ipocrisie di tutti. In realtà ha una parte, e non la dichiara. La riforma Amato-Carli e l’apertura al mercato dei primi anni Novanta vi sono descritte come una liberazione; la fondazione che ottiene di tenere il 58 per cento è “un’eccezione”, quasi una colpa; il salvataggio pubblico un fastidio; il “laissez faire” evocato con rimpianto, come una virtù smarrita. È una posizione legittima. Ma è una posizione, non un punto di vista neutro. E come tutte le posizioni che si travestono da realismo ha il suo punto cieco: la contabilità dei soldi pubblici è meticolosa — venti miliardi, “più dell’Alitalia” — ed è giusto che sia meticolosa, ma manca del tutto la domanda opposta. Quanto sarebbe costato lasciar fallire la banca nel 2012, o nel 2017? Cosa avrebbe significato, non per i conti dello Stato ma per un territorio, la scomparsa dell’unico centro di gravità economica rimasto? “Chi paga?” è domanda sacrosanta. Ma esiste anche l’altra: chi avrebbe pagato il contrario? Cingolani non la pone mai, e la sua assenza non è una dimenticanza: è la scelta di campo travestita da buon senso.
C’è poi una terza contraddizione, la più difficile da vedere per chi guarda da fuori. Il consociativismo senese viene ricostruito con l’armonia serena di chi lo osserva da lontano: “allora sì che il Monte era Siena e Siena era il Monte”, tutto al suo posto in un equilibrio quasi pacificato, il buon governo di Lorenzetti rovesciato nel suo doppio complice. Chi c’era sa che non era così. Era un sistema attraversato da conflitti duri, da rapporti di forza mobili, da fratture che esplodevano e venivano ricomposte a fatica. La rappresentazione dell’idillio consociativo — Siena come organismo compatto e connivente — è comoda proprio perché toglie di mezzo il conflitto, e con il conflitto toglie di mezzo la politica vera, quella che decide, sbaglia e paga. Ridurre una città a specimen antropologico, a caso di studio del malcostume nazionale con i cipressi di Tozzi a fare da sudario, è operazione letteraria riuscita. Ma è il contrario dell’analisi: è l’erudizione che lavora al posto della comprensione invece che a suo servizio.
Va riconosciuto a Cingolani il colpo migliore, quello sul ribaltamento delle parti: la destra che infieriva sul Monte quando Siena era rossa — fino alla commissione parlamentare sulla morte di David Rossi — e la sinistra che ora, con Siena a destra, invoca l’intervento del governo Meloni contro Intesa e Unipol. “Riformismo o tafazzismo”, scrive, e l’osservazione coglie nel segno. Ma anche questa, guardata bene, dice una cosa diversa da quella che sembra. Non dimostra l’ipocrisia del municipalismo: dimostra che il Monte è sempre stato, per i partiti nazionali, uno strumento e mai un principio, difeso o attaccato a seconda di chi lo controlla. E se questo vale per la destra e la sinistra romane, che se ne servono come clava buona per ogni stagione, non vale allo stesso modo per chi, a Siena, quella banca la vede come una delle ultime cose che tengono insieme un pezzo di storia e di lavoro. Confondere il calcolo dei partiti con l’attaccamento di una comunità significa, ancora una volta, addossare a chi non decide la colpa di chi decide.
I pascoli, per riprendere l’immagine di Cingolani, sono davvero esistiti, e chi vi ha pascolato ha lasciato conti da pagare che è giusto ricordare. Ma i pascoli oggi sono altrove, e sono verdi, non bianchi e neri. Stanno a Trieste, a Milano, in Lussemburgo — lo dice lui stesso: “quelli sì son verdi pascoli”. Continuare a puntare il dito su Siena come se il Monte fosse ancora suo serve a una cosa sola: a non guardare dove il bestiame è andato davvero a brucare.





