
La supplenza e la fotocopia: la Fondazione Mps e lo spreco degli ultimi milioni
7 Settembre 2026
“Intervista della Settimana” – Mps, Siena si unisce ma Piccini avverte: «La vera partita si gioca sui numeri»
7 Settembre 2026
Pierluigi Piccini
La proposta di Carletti — chiedere che le istituzioni senesi siano ascoltate dalla Commissione d’inchiesta sulle banche del Senato — sembra un’escalation. È una derubricazione. Quella commissione ascolta e verbalizza, non decide: non tocca l’offerta, il golden power, gli assetti, il calendario. La stessa Carletti ammette che non sarà risolutiva e serve solo a tenere alta l’attenzione. È un palco, non una leva. E Lovaglio ci è già salito mesi fa: aggiungere il territorio aggiunge una voce, non un grammo di potere.
Il guaio non è il luogo, è ciò che la mossa ha rivelato. Lanciata in aula senza concordarla con la sindaca, ha lasciato Fabio sorpresa e perplessa, con un patto di condivisione evidentemente tradito. Il gesto pensato per esibire unità ha prodotto in diretta il primo strappo tra Provincia e Comune. Non un dissenso di merito: la prova che non si muovono come una.
C’è poi la geografia del canale. L’iniziativa è del Pd e porta a un organo dove siedono Franceschelli e, vicepresidente, Tajani. A una sindaca di centrodestra suona come l’annessione di parte di una causa dichiarata bipartisan. Il “destra e sinistra insieme” si incrina appena si sceglie da quale porta entrare.
Il paradosso più fine riguarda Franceschelli. Sarebbe lui, in quella commissione, la voce del territorio. Ma è una voce a doppio registro, e lo si vede a distanza di ore. Il 3 settembre invoca “un soggetto creditizio autonomo, non figlio di uno spezzatino” — linea dura, in punta di mozione. Poche battute prima, però, aveva già spostato l’asse: il tema, dice, non è stabilire chi sia l’azionista, e la parola d’ordine diventa “marciare uniti” verso più soggetti nazionali. Non è una conversione lineare, ed è proprio questo il punto: è un pendolo. Un giorno l’autonomia della banca, l’altro le garanzie sul dopo; un colpo al cerchio della proprietà e uno alla botte delle rassicurazioni. E il pendolo, per quanto oscilli, ha un baricentro che si sposta sempre nella stessa direzione — verso il basso.
Perché le due posizioni non pesano uguale. Difendere l’autonomia significa difendere il controllo: chi possiede decide sede, marchio, lavoro. Chiedere garanzie significa trattare le promesse che su quelle stesse cose fa chi la banca la compra. Chi possiede non chiede garanzie; chi le chiede ha già ammesso che, con ogni probabilità, non possiederà. Alternare i due discorsi non li equilibra: li somma a favore del secondo, perché è quello che concede. E qui sta lo scarto con la mozione che lui stesso sottoscrive. Il documento del 2 settembre tiene il punto sulla sostanza — integrità, unità operativa e strategica, direzione a Siena. Il senatore, nel registro basso del suo pendolo, lo scavalca per sottrazione. Portarlo in commissione come voce del territorio rischia allora di mettere agli atti non il testo che quel territorio ha firmato, ma la sua versione annacquata: la difesa dell’autonomia derubricata a richiesta di garanzie, per bocca di chi parla, un’oscillazione sì e una no, la lingua dell’offerente.
Questa oscillazione, del resto, non è un vezzo senese. A Cernobbio — dove il risiko bancario non era nemmeno in agenda — quasi nessuno ha resistito alla tentazione di ritoccare la mira. Renzi ha attaccato Giorgetti di petto, bollando come scandalo il golden power contro Unicredit e l’ostilità verso Messina e Cimbri, e chiedendo che il Tesoro esca dal Monte. Giorgetti ha ripetuto di essere neutrale, spiegando che la quota del Mef era già in vendita prima che partissero le offerte. Ma la contraddizione più limpida è quella del Pd. Schlein rimprovera alla politica di intromettersi per favorire cordate e insieme pretende che il Tesoro resti nel Monte a garanzia del sistema: un colpo al cerchio e uno alla botte nello stesso fiato. Franceschelli non è un’anomalia: è il capitolo locale di un partito che a ogni livello parla in due direzioni.
Resta il senso, ed è il più amaro. La correzione di tiro in corsa è ormai lo sport più praticato sul Monte, e sotto le oscillazioni la deriva è una sola: da chi possiede a quali garanzie. Chiedere di essere auditi è ciò che si fa quando si è smesso di poter impedire; non si domanda un palco quando si ha una leva. La domanda che avrebbe tenuto unito il fronte — di chi è la banca — è la stessa che tutti, dall’aula di Palazzo pubblico alla platea di Cernobbio, lasciano cadere. E un fronte che si divide sul modo di farsi ascoltare ha già rinunciato, senza dirlo, a farsi temere.





