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31 Agosto 2026Seconda parte — Perché nessuno, sul Monte, difende davvero Siena
di pierluigi piccini
Avevo lasciato la prima parte su una contraddizione che sembrava un errore: un polo che si dice nazionale e si tiene i francesi in casa. Non è un errore. È la prova di tutto, e conviene partire di lì con una domanda semplice: perché il capitale straniero accetta di stare sotto una bandiera che lo dichiara nemico?
Perché sa che quella bandiera è una parola vuota. Il sovranismo non tocca niente di ciò che conta per chi ha i soldi: non cambia come si fanno i profitti, dove va il valore, cosa la banca deve al territorio. Cambia solo il nome scritto sull’attivo, decide quali amici ne tengono le quote. Per il capitale non è una minaccia, è una comodità: un’etichetta patriottica che lascia intatti i suoi guadagni non costa nulla, e in più offre una copertura politica. Ecco perché i francesi restano tranquilli dentro il Banco BPM: i loro soldi non sono in discussione, si tratta soltanto su quale bandiera cucirci sopra. Il capitale lascia fare al sovranismo proprio perché il sovranismo è vuoto. Una parola che non incide è la concessione più economica che esista.
E allora chiamiamo la cosa col suo nome. Questa non è sovranità. Sovranità è porre condizioni al capitale: dirgli, chiunque sia, a quali patti può operare su un territorio, cosa deve garantire, cosa non può fare. È un potere che si esercita sul capitale. Quello che vediamo è l’opposto: non si pone nessuna condizione, si pretende solo che la banca sia intestata agli amici. Non condizionare, ma possedere. E sono cose contrarie. La condizione vincola il capitale a prescindere da chi lo detiene: vale per i francesi come per gli amici. La proprietà amica dei vincoli non sa che farsene, purché la quota giusta stia in mani giuste. Per questo, quando le due logiche si scontrano — i francesi in casa —, cede la bandiera e vince la proprietà.
Bisogna avere il coraggio di dire da dove nasce questa sostituzione. La destra di governo ha rimpiazzato la sovranità con la proprietà per una ragione semplice: non sa più porre condizioni. Ha svuotato negli anni gli strumenti che servirebbero — il golden power evocato tardi e come emergenza, mai usato come regola; l’indirizzo pubblico sull’economia abbandonato da decenni. Rimasta senza la leva del condizionare, le resta la scorciatoia dell’appartenenza: se non posso dettare i patti al capitale, almeno lo intesto a chi mi somiglia. Il sovranismo nasce qui, come surrogato di un’impotenza. È ciò che la politica dice quando ha perso la sostanza del potere e ne conserva solo il nome.
Ne viene un paradosso da guardare in faccia: chi si proclama argine alla finanza senza radici ne è, in realtà, il compimento. Mettere la proprietà al posto della condizione lascia intatta la logica che sradica — il capitale continua a non dover niente al luogo — e le cambia soltanto l’insegna. La banca resta un nodo dentro un flusso, che al territorio non risponde; le si è solo cucita sopra una bandiera. Non si rimaterializza nulla: si rinomina l’astrazione. E le parole che avrebbero dovuto difendere il territorio — nazionale, identità — diventano gli attrezzi dell’operazione che lo svuota.
Verrebbe facile, a questo punto, cercare dall’altra parte chi difende il luogo. Sarebbe comodo, e falso. Perché la sinistra ha fatto una cosa speculare, e non meno grave: ha smesso di domandarsi come si forma la ricchezza. Si è accontentata di regolare i risultati senza toccare il processo con cui la ricchezza si crea e si concentra. Accetta il gioco e chiede solo di arbitrarlo ai margini — correggere gli eccessi, garantire la trasparenza, tutelare il consumatore — senza mai chiedere come quella ricchezza si formi, e in quali mani vada a finire. Regola la superficie del flusso, non la sorgente. Per una lunga stagione, a sinistra, “governare l’economia” ha voluto dire assecondarla con intelligenza: privatizzare come segno di modernità, consegnare ogni arbitrato alle autorità tecniche, fidarsi che il mercato producesse da sé l’esito migliore. Le leve del condizionare non le ha perse per debolezza: le ha gettate per convinzione. È stata la sinistra, prima della destra, a insegnare che alla grande economia non si mettono condizioni.
Il risultato si tocca proprio sul Monte. La sinistra locale, davanti a questa partita, non ha una posizione sua. Può solo scegliere tra due mosse che non le appartengono: difendere l’autonomia della banca — e così, senza volerlo, coprire il polo voluto dal governo avverso, perché quell’autonomia è materialmente il terzo polo — oppure rimettersi al mercato, cioè lasciar vincere l’offerta migliore. La terza strada, porre condizioni proprie a chiunque prenda il Monte, non ce l’ha più: l’ha demolita lei stessa anni fa. La sua afonia di oggi non è tattica, è strutturale. Ha perso le parole per dire “a queste condizioni sì, a queste no”.
Ed è qui che le due parti, che sembrano combattersi, si scoprono complici. Diverse nel gesto, identiche nella rinuncia. La destra: se non so più porre condizioni, almeno intesto la banca agli amici. La sinistra: se non so più porre condizioni, almeno regolo ciò che il mercato produce. La bandiera o l’arbitraggio. Due modi opposti di travestire la stessa assenza — quella del potere pubblico di dire al capitale a quali patti può stare su un territorio. Ma sotto c’è qualcosa di più preciso che le unisce: né l’una né l’altra tocca il punto in cui la ricchezza si forma e si concentra. Una ci mette sopra una bandiera; l’altra ne regola i bordi. Il cuore — come nasce il valore, chi lo trattiene, cosa lascia dietro di sé — resta fuori dalla portata di entrambe.
E adesso si capisce cosa perde davvero Siena, che è molto più di una banca. Un attivo come il 13 per cento di Generali non ha luogo: si gestisce a Milano, si contende a Roma, si custodisce in Lussemburgo, si contabilizza dove conviene. Per questa logica il territorio non è più un posto dove si sta, ma una voce da cui si estrae o da cui si taglia: gli sportelli marginali ceduti per far quadrare i conti, i pochi milioni che una fondazione svuotata riesce ancora a restituire, la periferia che è sempre la prima riga a scendere quando il rendimento stringe. Il territorio sopravvive come costo e come simbolo, non più come soggetto: presente nei discorsi nella misura esatta in cui è assente dalle decisioni.
Ma la perdita più profonda è un’altra, e riguarda tutti, non solo Siena. Quando una banca smette di essere di un luogo e diventa un nodo dentro un flusso, si dissolve la mediazione. La banca del territorio era, nel bene e nel male, un posto dove un bisogno locale trovava qualcuno a cui rivolgersi: il credito che restava sul posto, il lavoro presidiato, la fondazione che ridistribuiva, un potere che stava lì e lì doveva rendere conto. Dissolto quel luogo, la domanda non trova più a chi bussare. C’è un consiglio da un’altra parte, un fondo che vota per delega, una regola di rendimento che non ha un indirizzo a cui scrivere. La domanda sociale non viene negata: viene resa irricevibile. Non ha più uno sportello.
E qui la sinistra porta una responsabilità doppia, giusto nominarla. Perché la sinistra era nata proprio come lo strumento che traduceva il bisogno del lavoro e del territorio in condizione posta al capitale. Era, alla lettera, quella mediazione. Smettendo di chiedersi come si forma la ricchezza, ha smesso di essere la traduzione, e ha lasciato la domanda sociale senza traduttore — come la finanza smaterializzata l’ha lasciata senza sportello. Il territorio perde il posto dove bussare due volte: una perché la banca è diventata flusso, l’altra perché chi doveva portarne il bisogno al tavolo ha deciso che il tavolo si regola da solo.
Tolte anche queste maschere, resta una conclusione che non consola nessuno, e per questo è vera. Sul Monte non c’è una parte che difende il territorio e una che lo tradisce. C’è un intero sistema politico, in tutte e due le sue metà, che ha rinunciato all’unico gesto capace di rendere ancora piena la parola “territorio”: porre condizioni. La destra chiama questa rinuncia proprietà, e la traveste da sovranità. La sinistra la chiama mercato, e la traveste da modernità. Due nomi per la stessa abdicazione.
Ecco perché la richiesta più piccola che si possa avanzare — ricapitalizzare la Fondazione con una quota che pesi davvero nelle decisioni, con potere di governo e non solo un dividendo da incassare — è insieme modestissima ed eretica. Modesta, perché non pretende di fermare il risiko né di riportare indietro la storia. Eretica, perché è l’ultima traccia di un’idea che i due schieramenti hanno entrambi sepolto: che il pubblico possa condizionare il capitale, invece di intestarlo agli amici o di lasciarlo al mercato. È l’unico gesto ancora sovrano rimasto in campo — non piantare una bandiera, ma costruire un luogo capace di dire no. Ed è rivelatore che sia orfano di tutti.
Resta allora la sola domanda che riguarda davvero Siena, e che nessuno dei contendenti ha interesse a fare. Non chi vincerà il Monte: quello si decide altrove, su Trieste, con o senza di noi. Ma questa: quando tutto sarà finito, cosa resterà ancora che si decida qui. È la domanda che una città fa quando è ancora un soggetto. Averla scambiata con la difesa di un’insegna è il vero prezzo che questa stagione ci chiede — a Siena, e non soltanto a Siena.
(fine)





