
Quattro, una, nessuna
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Il coro stonato
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C’è una dimensione del risiko bancario che i comunicati non raccontano e che i grafici delle offerte pubbliche non registrano. Non riguarda le percentuali di adesione né i concambi azionari, ma qualcosa di più impalpabile e insieme di più concreto: le persone. O meglio, quel patrimonio invisibile fatto di relazioni, fiducia e portafogli che ogni banchiere del private banking porta con sé come una dote. Un’inchiesta del Financial Times mette a fuoco proprio questo lato in ombra, e lo fa partendo da un dato che sarebbe stato impensabile fino a pochi anni fa: in Italia le banche private si stanno strappando i gestori della clientela ultra-ricca a colpi di anticipi milionari.
Il meccanismo ha un nome tecnico che ne addolcisce la brutalità: contratto da agente collegato, il vecchio promotore finanziario. Chi passa da un istituto all’altro non lo fa più soltanto per uno stipendio, ma per un pagamento immediato calcolato come percentuale — dall’uno al tre per cento — degli asset che riesce a trascinare con sé, più circa metà dei ricavi futuri che quel portafoglio genererà. Tradotto in cifre, decine di milioni di euro versati il primo giorno. Chi lavora nel settore lo definisce senza giri di parole l’incasso di una vita. È la monetizzazione istantanea di un’intera carriera, la trasformazione di anni di rapporti coltivati in un assegno che si riscuote all’istante.
Fin qui potrebbe sembrare la cronaca di un mercato del lavoro particolarmente vivace. Ma l’inchiesta ha il merito di risalire alle cause, e le cause parlano una lingua che conosciamo bene. Tutto comincia nel 2012, con le tre parole di Draghi che salvarono l’euro e riaprirono l’Italia agli investitori internazionali. Da allora il private equity ha percorso la penisola rilevando migliaia di piccole e medie imprese familiari, le cosiddette gemme nascoste apprezzate per i conti solidi e i debiti contenuti. Ogni acquisizione ha prodotto un evento di liquidità, e ogni evento di liquidità ha trasformato un imprenditore in un cliente da corteggiare. Quasi tremilacinquecento operazioni tra il 2013 e il 2025, per un valore intorno ai trecentosessanta miliardi, con altre tremilanovecento e circa trecentocinquanta miliardi attesi nel prossimo decennio. Il patrimonio complessivo del private banking italiano ha toccato a fine 2025 il record di millequattrocento miliardi, il doppio rispetto a dieci anni prima. La ricchezza è cresciuta, e con essa la fame di chi la amministra.
È qui che il filo si intreccia con la vicenda che ci riguarda più da vicino. L’accelerazione degli ultimi diciotto mesi, scrive il Financial Times, ha un nome preciso: il risiko bancario, e in particolare la scalata del Monte dei Paschi su Mediobanca. Perché Mediobanca non è una banca qualunque nel wealth management: è il marchio, la scuola, il luogo dove si è formata l’élite dei gestori della clientela più esigente. E appena il terreno ha cominciato a muoversi sotto Piazzetta Cuccia, i concorrenti si sono precipitati a raccogliere ciò che tremava. Decine di banchieri sono già passati come agenti collegati a BNP Paribas, Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo. Non si comprano quote di mercato: si comprano gli uomini che quel mercato lo tengono in mano.
L’ironia, tutta italiana, è che l’operazione da trenta virgola sei miliardi lanciata a giugno da Intesa, in tandem con Unipol-Bper, sul Monte dei Paschi aveva anche questo obiettivo neanche troppo nascosto: mettere le mani, attraverso Siena, proprio sul private banking di Mediobanca. Salvo poi la consueta torsione del nostro capitalismo, con il Monte che a sua volta rilancia su altri fronti, in un gioco di scatole cinesi dove il predatore diventa preda e viceversa. Mentre in alto i banchieri si combattono a suon di offerte pubbliche, in basso, negli uffici discreti dove si custodiscono i patrimoni delle famiglie, si consuma una seconda scalata fatta di corteggiamenti individuali e assegni riservati.
Eppure la parte più istruttiva dell’inchiesta è quella conclusiva, dove il coro degli entusiasmi si incrina. Diversi dirigenti confessano che questi accordi non hanno senso economico. Il modello funziona per i piccoli clienti, dove il rendimento sugli attivi resta alto perché pagano commissioni ricorrenti generose. Ma sulla fascia ultra-ricca i margini crollano: sono clienti che contrattano ogni punto percentuale, che pretendono soluzioni su misura anziché prodotti confezionati, e che costano cari da servire. Pagare cifre astronomiche per assicurarseli significa comprare crescita non profittevole, gonfiare i numeri degli asset gestiti sapendo che dietro quei numeri il guadagno si assottiglia. È un gioco destinato a finire, avverte una delle voci più autorevoli del settore, perché nessuno riuscirà a fare utili su banchieri pagati troppo.
Ed è forse questa la lezione che vale la pena trattenere, guardando da Siena il vortice che ha inghiottito il nome della città in un’operazione più grande di sé. Il risiko che occupa le prime pagine ha un sottosuolo fatto di persone e di relazioni, e in quel sottosuolo si misura la differenza tra la finanza che costruisce valore e quella che si limita a spostarlo, pagandolo a peso d’oro. La ricchezza prodotta dalle imprese italiane in questi anni è reale. Il rischio è che, nella corsa ad amministrarla, si finisca per bruciare in commissioni e anticipi una parte di ciò che quelle imprese hanno faticosamente accumulato. Come sempre, la domanda non è chi vince la battaglia, ma chi, alla fine, ne pagherà il conto.





