
Avere e volere
26 Agosto 2026
Una difesa che nasce isolata
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Il racconto è pronto all’uso: il Monte dei Paschi isolato nella politica, nella finanza, nei media, colpevole di aver sfidato il sistema. È falso, e crolla nel punto in cui pare più solido — l’accusa alla stampa.
Che il Sole 24 Ore stia da una parte è vero. Il guaio è che ha ragione. Lo scoop sulla doppia operazione era fondato; il 13,32% di Generali che fa capo a Siena attraverso Mediobanca è uno snodo reale; la maggioranza dei due terzi in assemblea, il golden power, il prezzo della quota, problemi veri. Non mente: per questo è un attore e non un cronista. La faziosità non sta nel falso, sta nella direzione. Lo scrupolo che smonta ogni crepa del piano Lovaglio non sfiora mai l’offerta di Intesa. La domanda non è se il Sole abbia torto — non ce l’ha — ma perché guardi sempre dallo stesso lato.
Perché da quel lato stava il potere. Chi impugnava la lancia quando il Monte partì all’assalto di Mediobanca? Caltagirone, la Delfin dei Del Vecchio, lo Stato. Non assediati: tre fra le concentrazioni di forza più dense del Paese. Togli a Siena il costume di David e non trovi un ribelle, trovi Golia vestito più stretto.
David non ce n’è. C’è una guerra dentro lo stesso establishment per il controllo di Mediobanca, e dietro Piazzetta Cuccia il Leone di Trieste, cuore del capitalismo italiano. L’asse Delfin–Caltagirone–Palazzo Chigi usa il Monte come ariete; Intesa è il corpo più grosso, quello che l’ariete può ingoiarlo intero. Così il Monte è predatore quando serve da punta e preda quando Intesa vuole l’apparato: assale in un fotogramma, è assalito in quello dopo. Ciò che è ora cacciatore ora selvaggina secondo la mano che lo tiene ha un nome solo: strumento. Mosso, mai movente. La «sfida» gli presta una volontà che non possiede.
Ecco perché la penna segue la lancia: nella stessa direzione si è mossa la forza. Il silenzio di Intesa, la voce ininterrotta del Sole, la «neutralità» dello Stato non sono tre fatti, sono un fatto solo visto da tre lati — la decisione si prende altrove. Chi detta il ritmo tace e si fa raccontare; chi rincorre il tempo annuncia, e ogni annuncio lo logora. Lovaglio deve muovere, e muovendosi finisce sulle pagine altrui; Ca’ de Sass può stare zitta perché ha chi scrive per lei. Il racconto a senso unico non perseguita un ribelle: fotografa uno spostamento già compiuto e lo chiama destino.
Da qui l’isolamento vero. Il Monte non è solo perché ha osato: è solo perché chi lo teneva in pugno ha smesso di servirsene. Caltagirone e la Delfin non affondano con la nave — si spostano, incassano il premio, coprono entrambe le gambe della scommessa. Lo Stato si ritira in una neutralità che pende verso Intesa proprio perché nega a Lovaglio il vento in poppa. Non è la punizione del ribelle: è la sorte dell’arma posata quando la battaglia è finita.
Un solo David regge, ed è quello che il racconto ha già cancellato: il territorio, i lavoratori, il nome. Stanno dalla parte che perde, e senza voce; ma non muovono le pedine, ci sono incisi sopra. L’espropriazione da temere non è quella di Intesa: è già avvenuta, il giorno in cui il soggetto civico del Monte è diventato contropartita nel gioco d’altri. Il corpo se n’era andato da tempo. Quel che oggi si muove sotto il nome «Monte» non è la volontà di Siena: è una lancia in mani romane, che ora una mano milanese si prende. Piangere la sfida perduta è piangere una cosa mai esistita. A Siena non hanno tolto una battaglia — le hanno tolto prima la possibilità di combatterne una propria, e ora anche il diritto di raccontarla. La penna, come la lancia, è passata di mano.





