
Il colore del paradosso
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Prima parte — Chi vuole davvero il Monte dei Paschi
di pierluigi piccini
Sul Monte dei Paschi si discute con le parole sbagliate. “Difendere la banca dei senesi”, “salvare l’autonomia”, “costruire il polo bancario nazionale”: sono le frasi che tutti ripetono, e sono quasi tutte false. Non imprecise: false, perché dicono il contrario di quello che sta accadendo. Provo a toglierle una alla volta, come maschere, mettendo sotto ciascuna il fatto che la smentisce. Parto dai fatti; la politica viene dopo, nella seconda parte. E avverto subito: alla fine non ci sarà un vincitore da tifare. Ci sarà una contraddizione così vistosa da sembrare un errore. Non lo è. È la chiave di tutto.
Prima maschera: la partita è sul Monte dei Paschi. Non è vero. La partita è su Generali. La catena è semplice, basta seguirla. Anni fa il Monte ha comprato Mediobanca. Mediobanca è il primo azionista di Generali, con il 13 per cento. E Generali custodisce centinaia di miliardi di risparmio degli italiani, in gran parte investiti in titoli di Stato. Quindi chi controlla il Monte controlla Mediobanca; chi controlla Mediobanca tiene quel 13 per cento; e chi tiene quel 13 per cento siede al tavolo dove si decide del più grande custode del risparmio nazionale. Ecco perché il Monte è diventato all’improvviso conteso da tutti: non per quello che è — una banca toscana risanata, di media taglia, un pezzo ordinario del riordino bancario europeo — ma per quello a cui dà accesso. Prima di Mediobanca era una preda piccola, che nessuno si sarebbe conteso così. Dopo, è diventato la chiave di Trieste. Il Monte non è il premio: è la maniglia della porta.
Qui, e solo qui, Giani ha ragione, e va detto. Quando osserva che il Monte “si è gettato troppo nella finanza” comprando Mediobanca, dice una cosa esatta: senza quella mossa, questa tempesta non ci sarebbe stata. Lo strumento pensato per rendere la banca più grande, e quindi più difficile da catturare, è proprio ciò che l’ha resa impossibile da difendere come cosa senese. Comprando Mediobanca il Monte ha alzato la posta fino a diventare irrinunciabile per chiunque conti nella finanza italiana, e si è portato in casa tutte le guerre che intorno a Generali si combattono da anni: gli alleati, i nemici, perfino un’inchiesta della magistratura. La difesa dell’identità, fatta con quello strumento, ha costruito le condizioni della resa. È il primo dei paradossi di questa storia, in cui quasi ogni mossa produce il proprio rovescio.
Seconda maschera: difendere l’autonomia del Monte significa difendere Siena. Non è vero, e per capirlo basta chiedersi chi possiede questa banca “autonoma”. Non Siena. La Fondazione Monte dei Paschi, che un tempo era la banca, è ormai ridotta a una quota minima. I padroni veri stanno altrove: una holding lussemburghese, un costruttore romano, il Tesoro sceso sotto il cinque per cento, e una folla di grandi fondi internazionali. Siena, in questo elenco, non c’è. E c’è di più: il piano stesso dell’autonomia — il “terzo polo” che dovrebbe tenere il Monte indipendente facendolo crescere — funziona a una sola condizione, che la banca ingoi il Banco BPM. Ma il Banco BPM è già francese per quasi un terzo: lo controlla di fatto Crédit Agricole, azionista di riferimento senza il cui consenso a Milano non si muove nulla. Così la “banca senese indipendente” avrebbe Parigi stabilmente in casa, e i centri di comando a Milano, a Roma, a Trieste. Il nome “Siena” resterebbe sull’insegna; non nella stanza dove si decide. Difendere questa autonomia non difende Siena: tiene aperta la porta perché altri la attraversino.
Terza maschera, la più grande: il terzo polo è un’operazione sovranista, difende l’interesse nazionale dalle mire straniere. Prendiamo la parola sul serio. Sovranità significa una cosa precisa e concreta: potere di mettere condizioni al capitale. Dirgli — a chiunque, italiano o straniero — dove può andare, a quali patti, con quali obblighi verso il territorio. È l’atto di condizionare. Ora guardiamo cosa fa questo polo “nazionale”: non mette condizioni a nessuno, e si tiene i francesi dentro il Banco BPM senza il minimo imbarazzo. Non gli interessa tenere fuori il capitale straniero. Gli interessa una cosa sola: che Generali resti in mani amiche.
E la maschera cade da sé. Un progetto che si dice sovranista e che, per farsi, accetta Parigi come socio stabile del proprio campione nazionale, sovranista non è. È altro, che porta quel nome per coprirsi. Perché chi agita la bandiera nazionale ospiti tranquillamente i francesi in casa, e cosa questo riveli sull’intera nostra stagione politica, è la domanda da cui parte la seconda parte. Per ora tengo ferma solo la contraddizione, nuda: il campione che si dice italiano ha Parigi nel motore, e nessuno di quelli che lo invocano sembra trovarci niente da ridire.
Tre maschere, tre smentite. La partita non è sul Monte ma su Generali. L’autonomia non difende Siena, ma un azionariato che con Siena non c’entra. Il polo nazionale non è nazionale. Sotto, resta una banca ridotta a maniglia di una porta che si apre altrove, e una città che discute del colore della maniglia mentre si decide chi entra. Il perché — e perché in campo non ci sia una parte che difende Siena e una che la vende, ma una sola resa con due nomi diversi — è la sostanza della seconda parte.
(Continua)





