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C’è un momento ne L’étranger in cui la narrazione cambia registro. Per tutto il romanzo Camus ha tenuto Meursault in una zona di bassa temperatura emotiva — frasi brevi, percezioni sensoriali, una specie di anestesia della coscienza. Poi, nell’ultima scena con l’aumônier, qualcosa si rompe. Meursault esplode. E quella collera, improvvisa e fisica, è forse la cosa più teologica che Camus abbia mai scritto.
Il cappellano non è stato chiamato. Entra senza permesso. Questo dato narrativo non è secondario: Dio — o chi lo rappresenta — arriva come un intruso nell’ultima stanza di un condannato a morte. Non risponde a un bisogno, precede un bisogno che non c’è. È già questo un atto di violenza simbolica: la pretesa che l’anima abbia fame anche quando la persona non ha chiesto niente.
Meursault lo sopporta. A lungo. Con quella stessa pazienza piatta con cui ha sopportato tutto — il funerale della madre, il processo, la condanna. Poi qualcosa si rompe, e la rottura ha la forma di una verità elementare: io so, tu credi. Non è arroganza. È una distinzione epistemica radicale. Il cappellano è certo di Dio con la certezza di chi non ha mai messo davvero in gioco la propria vita. Meursault è certo della morte con la certezza di chi tra poche ore sarà giustiziato. Le due certezze non sono dello stesso ordine — e Meursault lo sente nel corpo prima ancora di pensarlo.
Il punto più acuto è quando dice che la vita del cappellano — con tutta la sua fede, le sue preghiere, la sua speranza in un’altra vita — non vale più della sua. Anzi: che lui, Meursault, è più libero. Perché non ha niente da perdere tranne ciò che ha già perso, e non attende niente che non sia già qui. È una forma rovesciata di beatitudine. La povertà assoluta come liberazione dall’inganno della speranza.
Qui Camus tocca qualcosa che Dostoevskij aveva visto da un’altra parte: che Dio non è il problema della teodicea, non è il problema del male nel mondo — è il problema dell’imminenza della morte. Il Grande Inquisitore di Dostoevskij offre pane e sicurezza in cambio di libertà. L’aumônier di Camus offre eternità in cambio della resa. Meursault rifiuta entrambe le monete. Non perché sia un eroe — ma perché in quel momento non sa mentire.
La differenza con Moravia è qui nitidissima. Anche Michele, in Gli indifferenti, è incapace di credere — ma la sua incredulità è stasi, è incapacità di desiderare qualcosa abbastanza da agire. L’indifferenza moraviana è una malattia. L’indifferenza di Meursault, in quel momento finale, si rovescia nel suo contrario: diventa passione, diventa ira, diventa una forma paradossale di presenza totale al mondo. Proprio nel momento in cui sta per lasciarlo.
Camus non è ateo nel senso militante. È qualcosa di più radicale: è un uomo che ha deciso di vivere senza consolazione. E Meursault, nel rifiutare il cappellano, non rifiuta Dio come concetto filosofico — rifiuta il bisogno di Dio. Rifiuta l’antropologia cristiana che presuppone l’anima come qualcosa di incompleto, in attesa, bisognoso di grazia. Lui è completo — anche se la sua completezza dura solo fino all’alba.
L’ultima frase del romanzo — quella sulla folla ostile e le grida d’odio che lo aspettano — non è nichilismo. È comunione. L’unica comunione che Camus ritiene onesta: quella tra mortali che sanno di esserlo.





