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La grammatica del condizionale: come la pubblica amministrazione ha imparato a non usare il presente
Pierluigi Piccini
Qualche giorno fa ho avuto, per l’ennesima volta, la conferma che il tempo per la pubblica amministrazione non è un fattore decisivo. Un piccolo errore aveva spostato di qualche giorno la risoluzione di un problema amministrativo. Ho chiesto chiarimenti. Mi è stato risposto: “la prossima settimana andrà tutto a posto”. Frase perfetta. Nessun responsabile nominato, nessun’ora indicata, la settimana come unità di misura morbida e accogliente, in fondo, poi cos’è una settimana? Ho amministrato in luoghi diversi — comuni grandi e piccoli, istituzioni culturali, perfino una banca e non in Italia — e devo dire che gli apparati si assomigliano tutti. Il virus è ubiquo. Cambia l’accento, cambia la lingua, cambia il sistema informatico, ma la grammatica rimane quella.
E che grammatica.
Il tempo elettivo della burocrazia è il condizionale. “Si risolverebbe”, “si potrebbe procedere”, “sarebbe opportuno valutare” — una sintassi sospesa, che esprime possibilità senza impegno, azione subordinata a condizioni mai del tutto definite. Gogol’ avrebbe riconosciuto tutto immediatamente, con la differenza che lui ci scrisse sopra le Anime morte e noi ci conviviamo. Čičikov, il suo protagonista, girava la Russia acquistando servi defunti registrati ancora come vivi nei censimenti zaristi: tutta la macchina burocratica imperiale si reggeva sull’aggiornamento mancato, sul documento in ritardo, sulla realtà che la carta non aveva ancora recepito. Il principio è intatto, la carta geografica è cambiata.
Il futuro semplice è il secondo pilastro. “Provvederemo”, “invieremo”, “andrà tutto a posto” — promessa vaga, senza ora, senza nome, senza scadenza. E poi c’è il futuro anteriore, che è il tempo della catena causale, il più elegante dei tre: prima che io possa fare A, deve essere accaduto B, che dipende da C, che è in attesa di D. “Quando avremo ricevuto il parere, potremo procedere.” Una matrioska logica in cui ogni bambola ne nasconde un’altra uguale. Kafka la chiamò processo, e il suo Josef K. non riuscì mai a capire di cosa fosse accusato — esattamente come il cittadino moderno non riesce mai a capire perché la sua pratica sia ferma.
Il presente indicativo, invece, non piace. Non è usato. È un tempo pericoloso: implica che qualcosa accada adesso, qui, sotto gli occhi di tutti. E il presente è misurabile, e il misurabile crea responsabilità. Esiste una sola eccezione: quando la scadenza minaccia direttamente la tranquillità degli apparati, quando è la responsabilità personale del funzionario a essere in gioco, allora il presente torna, improvvisamente, con una vivacità commovente. I telefoni squillano, le email si moltiplicano, le pratiche avanzano. È quasi tenero, in quella sua onestà involontaria.
Il sistema, però, ha i suoi grandi alleati, e sarebbe ingiusto non nominarli.
Il primo è la legge in arrivo. C’è sempre, nell’orizzonte amministrativo, una norma che sta per uscire, una circolare attesa, un decreto che chiarirà tutto. Meglio aspettare. Procedere adesso significherebbe rischiare di dover rifare tutto domani — argomento inattaccabile nella sua logica, devastante nei suoi effetti pratici. Ostap Bender, il grande impostore di Il’f e Petrov, sapeva usare questa tecnica meglio di chiunque: l’autorità futura come scudo del presente. “Arriverà una direttiva” è la versione burocratica di “arriverà Godot” — con l’aggravante che Godot, almeno, non produce circolari applicative.
Il secondo alleato è la responsabilità più alta. Non si tratta di scaricare — parola volgare — ma di collocare correttamente la decisione nel livello gerarchico competente. Ogni parere può essere rimandato a chi sta sopra; chi sta sopra aspetta il parere di chi sta ancora più sopra; chi sta ancora più sopra ha istituito un tavolo di lavoro. Il tavolo si riunirà. Quando avrà deliberato, si potrà procedere. Čechov aveva un personaggio che aspettava di essere ricevuto da un funzionario per tutta la vita: fu ricevuto il giorno dopo la propria morte, e il funzionario si scusò del ritardo.
Il terzo alleato sono le procedure. Maledette. Non perché le regole siano in sé un male — regole chiare sono la spina dorsale di qualsiasi organizzazione seria. Il problema è quando la procedura smette di essere lo strumento e diventa il fine. Quando si rispetta la forma e si perde la sostanza. Quando compilare il modulo corretto è più importante di risolvere il problema del cittadino. I mandarini cinesi della dinastia Han avevano già perfezionato quest’arte: far morire una pratica nella calligrafia corretta dei sigilli. Duemila anni di progresso amministrativo, e siamo ancora lì.
Einstein aveva ragione sul fatto che il tempo sia relativo. Non sapeva però che la relatività estrema non si raggiunge alla velocità della luce ma alla velocità degli uffici. Il fattore T, nella pubblica amministrazione, non è una variabile della fisica: è una scelta politica. E la scelta, sistematicamente, è quella di sottrarlo al cittadino per restituirlo — forse, con le dovute cautele, in attesa dei pareri necessari — alla prossima settimana.





