
L’ira di Meursault, o: Dio come intruso
19 Aprile 2026Il libro di Piccini assessore a Piancastagnaio dal titolo ’Cosmologia dell’Amiata’
AMIATA C’è una domanda che il Monte Amiata porta scritta nella roccia, nell’acqua, nel vapore che sale dalla terra nei mattini di novembre. Come si vive sopra un fuoco che non si vede? È da questa domanda — semplice, abissale — che prende avvio Il fuoco di sotto. ’Cosmologia dell’Amiata’ di Pierluigi Piccini, appena pubblicato da Effigi Edizioni nella collana “Microcosmi dei luoghi”. Il punto di partenza è geologico, non metaforico. A sette-otto chilometri sotto la superficie dell’Amiata c’è ancora un plutone magmatico in raffreddamento, il residuo di un vulcano che ha smesso di eruttare ma non ha smesso di esistere. Il sottosuolo è vivo, nel senso fisico, misurabile. Ed è su questa condizione materiale che Piccini costruisce la sua tesi: le comunità che hanno abitato questo territorio hanno risposto alla pressione del profondo non con i libri, ma con i gesti, i riti, il modo di costruire le case e di accendere il fuoco nella notte più lunga dell’anno. Quelle risposte formano un sistema. Quel sistema ha un nome: cosmologia. Piancastagnaio, che sorge esattamente sul confine tra la trachite vulcanica e l’argilla, è la prova urbanistica più precisa di un territorio che ha dovuto imparare a stare sopra qualcosa che non si ferma. Le fiaccole di Abbadia San Salvatore non sono una tradizione da conservare: sono lo stesso gesto del geotermico tradotto in rito — bucare la crosta, prendere il calore e portarlo in superficie. Il bosco di castagni, le sorgenti ferruginose, i sentieri che seguono la struttura geologica del territorio vengono letti come pagine di uno stesso testo scritto in millenni. Le figure di soglia — il minatore di Siele e Morone, il carbonaio, il pastore della transumanza, Lazzaretti che sale sul Monte Labbro e scende portando visione — sono tutte varianti dello stesso atto: la discesa nel profondo, l’attraversamento della soglia, il ritorno con qualcosa che prima non c’era in superficie. La Befana delle Tre Case e del Saragiolo, rito documentato dal Trecento che ancora si compie ogni 5 gennaio percorrendo a piedi per otto ore i poderi di campagna, è il caso più nitido di trasmissione autentica: chi la compie sa, con una certezza corporea che vale più di qualsiasi teoria, che quello che fa non è spettacolo. È un atto che va fatto perché va fatto. Il punto più tagliente del saggio è la distinzione tra contratto e patto. Il geotermico e le fiaccole sono due forme della stessa domanda, ma la modernità le ha separate, assegnando il fuoco della tecnica all’ingegneria e il fuoco del rito alla cultura. Quando la separazione è totale, il rito non muore di colpo: si svuota lentamente. Il folklore, scrive Piccini, non è il rito morto: è il rito che non sa ancora di essere morto. Il libro si chiude con una domanda secca: chi accenderà le fiaccole tra trent’anni? L’Amiata non è periferia pittoresca né patrimonio da valorizzare. È un luogo che ha elaborato, nel corso di millenni, una risposta originale alla domanda più universale che esista: come si abita il confine tra ciò che si controlla e ciò che non si controlla. La bussola non è perduta. Aspetta solo di essere riconosciuta.





