
Vertenza ’Acqua & Sapone’
19 Aprile 2026
L’ira di Meursault, o: Dio come intruso
19 Aprile 2026di Pierluigi Piccini
Tutti gli impianti rinnovabili che si stanno costruendo in Italia copriranno forse l’incremento dei consumi futuri, ma non sostituiranno quello che oggi bruciamo ancora di fossile. Che rimarrà fossile. E nel frattempo c’è chi rema contro le rinnovabili.
I numeri che arrivano in questi giorni dallo studio Engie/Key to Energy danno a questo ragionamento una cornice quantitativa che val la pena leggere con attenzione. Entro il 2030 i consumi energetici mondiali delle infrastrutture digitali supereranno i 2.000 TWh. In Italia la crescita prevista è del 37%, superiore alla media europea. Gli investimenti nel settore previsti nel nostro paese tra il 2026 e il 2028 ammontano a 25 miliardi di euro. Numeri che non descrivono un mercato in crescita: descrivono una trasformazione strutturale dell’economia, in cui le infrastrutture digitali diventano il sistema nervoso di tutto il resto — della produzione, della logistica, della sanità, della pubblica amministrazione.
Il problema è dove si porta tutta questa energia. Le richieste di connessione alla rete elettrica in Italia hanno già raggiunto i 79 gigawatt. Le grandi aree metropolitane stanno saturando. Gli operatori cercano siti alternativi. Cercano energia stabile, iter autorizzativi rapidi, impatto territoriale contenuto.
Cercano, in sostanza, quello che Piancastagnaio ha.
La geotermia dell’Amiata non è un’opzione esotica né un ripiego. È energia continua, non intermittente, disponibile 24 ore su 24 indipendentemente dalle stagioni e dalle condizioni climatiche. È l’unica fonte rinnovabile che consente una pianificazione industriale certa. Il calore geotermico, già oggi parzialmente recuperato nel sistema di teleriscaldamento, può essere integrato in cicli produttivi che richiedono continuità assoluta — abbassando i costi operativi in modo permanente, non per effetto di incentivi, ma per effetto della fisica del luogo.
C’è anche altro. I territori con capannoni dismessi e aree industriali da riconvertire hanno oggi un vantaggio concreto: iter autorizzativi più rapidi, minore consumo di suolo, inserimento in contesti già segnati dall’uso produttivo. Piancastagnaio ne ha. Non è una coincidenza favorevole: è una convergenza tra le condizioni del territorio e le esigenze reali di un mercato che si sta ridisegnando velocemente.
Uno studio della Comunità Europea fissa una scadenza: se entro il 2035 non saremo indipendenti dalle fonti fossili, non avremo più risorse per la ricerca e lo sviluppo. Nove anni. Non è lontano.
Chi aspetta che il problema si risolva altrove aspetterà invano. Il tempo che non abbiamo non è una metafora. È una scadenza.





